Question time: le mie risposte alle vostre domande

Avete dubbi esistenziali sul senso della vita? Volete sapere se Dio sia uno, trino o antani? Non ricordate se avete chiuso il gas stamattina prima di uscire di casa? In questa pagina risponderò a tutte le vostre domande più interessanti.

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Domanda #1: Sulla non-esaustività del libro

Domanda di Francesco Ruggiero:

Ho avuto modo di leggere il suo libro “Come se Dio fosse Antani“, l’ho trovato carino e a tratti condivisibile, soprattutto circa il problema della teodicea, tuttavia vorrei porle qualche domanda, perché non ha menzionato filosofi come Wittgeinstein, Popper, Habermas?

Il punto non è che lei fosse obbligato ad una controttrattazione, ma sarebbe stato utile scoprire il loro pensiero su Dio e sul trascendente. Sarebbe stato secondo me anche utile trattare o menzionare Edith Stein che ha fatto il percorso opposto a tali filosofi, diventando cioè credente. Spero che una Sua risposta possa porre le basi per un dialogo e per un mio approfondimento probabilmente carente, premesso che non sono un filosofo ma un infermiere (la teodicea è sotto i miei occhi tutti i giorni) e che la filosofia l’ho studiata al liceo classico.

Cordialmente,

Francesco

La mia risposta:

Gentile Francesco,

grazie innanzitutto della domanda e… diamoci del tu!

Ogni libro di filosofia è attaccabile per le sue omissioni, e nessun libro potrà mai dirsi esaustivo fino in fondo.  Bisogna fare delle scelte editoriali, lasciare in panchina alcuni argomenti e alcuni autori, purtroppo non se ne esce.

Io adoro Popper, Wittgenstein e persino Habermas. In futuro mi piacerebbe parlarne in un nuovo libro, magari in “Come se Dio fosse antani 2 – La vendetta”.

Ad ogni modo, la risposta al tuo dubbio era già contenuta nell’introduzione, che riporto qui per comodità:

“Inutile dirlo, questo libro non mira in alcun modo all’esaustività. Il progetto originario comprendeva ben 16 capitoli, sono quindi consapevole di quanti argomenti interessanti sia stato costretto a lasciare “in panchina”. Magari queste “riserve” costituiranno in futuro il materiale per un secondo libro, sulla stessa scia del primo.”

Spero di aver chiarito il tuo dubbio.

Laicamente,

Giovanni

Domanda #2: Su prostituzione e pornografia

Domanda di Claudio Rodella:

Caro Giovanni,

premesso che io ho letto solo una parte del tuo sito intitolato “Ad altezza d’uomo”, vorrei sapere qual’è l’opinione tua e dell’umanismo intersezionale che tu rappresenti a proposito della prostituzione e della pornografia. Tu ritieni che coloro che praticano questo genere di attività o coloro che ne usufruiscono siano da condannare moralmente oppure no? A scanso di equivoci io ti dico la mia opinione personale: io penso che le suddette attività non siano affatto da biasimare moralmente, se coinvolgono persone adulte e consenzienti, tu che ne pensi dal tuo punto di vista ateo razionalista e liberale?

La mia risposta:

Gentile Claudio,

il tuo messaggio era finito nello spam, ma per fortuna me ne sono accorto prima che venisse cancellato.

Ti rispondo nella maniera più puntuale e veloce possibile, e cioè rimandandoti a due articoli che affrontano nel dettaglio questi due temi.

Nel primo spiego perché “regolamentare la prostituzione è una battaglia femminista“.

Nel secondo, pubblicato sul blog della Fondazione Einaudi, spiego invece perché i sei motivi a favore della legalizzazione della cannabis sono gli stessi a favore della regolamentazione del mercato della prostituzione.

Spero che questi due articoli rispondano alla tua domanda.

Liberalmente,

Giovanni

Domanda #3: Sull’impossibilità di convertire i credenti

Domanda di Alessandro Fenili

Caro Giovanni,

apprezzo molto quello che fai e l’impegno che ci metti ma mi chiedo a che scopo lo fai? Un ateo ti darà ragione ma a te che te frega?! Un credente ti darà torto e a te che te frega?! Se pensi di riuscire a far cambiare idea ad un credente sei un illuso e un utopista; convincere un credente che Dio che non esiste sarebbe come convincere un maiale a mangiare con le forchette. Per tutta risposta il maiale continuerà a rotolarsi nel fango e nel suo stesso sterco felice e beato.

Commento ad un post del 17 aprile 2019 sulla pagina Facebook Giovanni Gaetani – scrittore, attivista, umanista

La mia risposta:

Caro Alessandro,

innanzitutto grazie per i complimenti e per la tua interessantissima domanda, alla quale rispondo subito.

Scrivo ogni giorno sul mio blog e su Facebook, in maniera più disillusa e scettica di quanto pensi, ma non per i motivi che dici tu.

Io, infatti, non voglio convertire nessuno: sono un liberale, voglio che i credenti mi lascino in pace e, di conseguenza, non faccio proselitismo e lascio a mia volta in pace i credenti. I quali, detto per inciso e per onestà intellettuale, non sono tutti coriacei e testardi come li descrivi tu.

Ho infatti amici e follower cattolici che mi leggono ogni giorno e che a volte addirittura apprezzano quello che dico contro la loro stessa religione. Io, da parte mia, leggo i loro argomenti e i loro commenti, cercando di trarne a modo mio una lezione e ricondividendo quei contenuti se lo ritengo opportuno, come ho spiegato in un articolo sul giornale Avvenire.

D’altra parte, non scrivo nemmeno per infuocare gli animi dei molti atei e miscredenti della mia echo chamber, i quali spesso non hanno bisogno di conferma alcuna. Quando e se mi rivolgo a loro, è piuttosto per bacchettarli. Per fargli notare, ad esempio, che gioire per una chiesa che brucia è una cosa da stronzi, non da atei.

Ma allora perché scrivo? Diciamo per quattro motivi.

Il primo è perché non credo nelle false dicotomie e nelle finte polarizzazioni (atei e credenti, persone intelligenti e stupide, e così via). Credo che il mondo sia molto più sfaccettato di quanto appaia sui social network, e io nel mio piccolo scrivo per restituirne un po’ della sua complessità, contro l’odierna logica delle trincee che ci vorrebbe tutti avversari gli uni degli altri.

Scrivo poi per portare testimonianza, ovvero perché, un giorno, nessuno potrà dirmi che sono stato zitto quando c’era bisogno di parlare e di dire sì quando c’era da dire sì, e no quando c’era bisogno di dire no.

Scrivo anche e soprattutto per diffondere la filosofia umanista in Italia, visto che al momento pochi sanno cosa sia e pochissimi si definiscono umanisti – è per questo che ho scritto il Manifesto Grafico dell’Umanismo Intersezionale.

Ultimo motivo, il più importante a mio parere: scrivo per tutti gli indecisi, per tutti i moderati e per tutti gli incerti.

Scrivo per Monica, che a 15 anni era indecisa se studiare filosofia e se fare coming out da atea con i suoi genitori e con sua nonna.

Scrivo per mia madre, lei che quando avevo dodici anni voleva che andassi a messa ogni domenica, lei che si stupì quando a 25 anni le dissi che volevo sbattezzarmi, la stessa che oggi si definisce umanista ed è la mia prima lettrice.

Scrivo per te, che mi hai posto con sincerità e interesse questa bella domanda, e che mi hai dato modo di esplicitare un po’ di più le ragioni che mi portano ogni giorno a darmi da fare, nel mio piccolo, per migliorare le cose che ci circondano.

Un sincero grazie umanista per questa occasione,

Giovanni

Domanda #4: Che senso ha la sofferenza in un’ottica umanista?

Domanda di Giorgia Osella

Buonasera, ho appena terminato il suo libro (Come se Dio fosse Antani, nda) e ho deciso di scriverle.

Prima di tutto mi presento: sono Giorgia, ho quasi 20 anni e mi definisco agnostica da circa un annetto. Ho adottato questa prospettiva in seguito ad una forte crisi religiosa che mi ha fatto ritornare alle domande. Questi interrogativi hanno risvegliato in me una consapevolezza: io non sono mai stata capace di credere in Dio ma ho sempre sperato che esistesse. E le cose sono assai differenti.

Ora, non so se questa sia una crisi momentanea oppure se sia effettivamente una presa di coscienza che mi porterà a confermare questo punto di vista. Sicuramente sono piena di domande e di interrogativi e i suoi articoli, così come il suo libro sono per me degli importanti spunti di riflessione.

Grazie a lei, infatti, ho conosciuto la filosofia umanista e ne sono rimasta subito affascinata. Mi sono resa conto che moltissimi valori umanisti coincidono con la mia personale visione del mondo; proprio per questo motivo la mia intenzione è quella di approfondire questa filosofia.

Le sto scrivendo per farle due domande. Ha per caso dei titoli di libri e/o delle letture da consigliarmi per approfondire questo argomento?

Il mio secondo interrogativo, invece, è un pochino più “complesso” . Nel suo libro ha scritto che essere umanisti e atei risulta essere particolarmente difficile “perché richiedono che gli uomini vivano senza conforto”. In seguito ha citato la promessa di elevamento di cui parla Nietzsche; ecco, ho una domanda probabilmente molto stupida – e per questo mi scuso – ma vorrei provare a capirci un po’ di più. Come si può, secondo lei, conferire un senso a ciò che stiamo vivendo senza ricorrere alla teologia? Cerco di spiegarmi meglio … ognuno di noi, a prescindere dal (non) credo religioso a cui appartiene, ha dei valori che ritiene legittimi e con cui cerca di orientare la propria esistenza. Ad esempio non ho bisogno di credere in Dio per amare l’altro e ritenerlo degno di stima, rispetto e affetto. D’altra parte, però, come è possibile affrontare la sofferenza in un’ottica umanista? La vita è una continua ricerca, certo, e l’importante è continuare ad interrogarsi però, dati i miei trascorsi da credente praticante, mi è difficile pensare al dolore come un evento tragico completamente privo di senso.

Le chiedo scusa per il disturbo e la ringrazio per tutte le domande e le riflessioni che mi ha suscitato. Non so se tornerò a credere, se diventerò atea o se manterrò la mia “posizione agnostica” però una cosa è certa: per me l’importante è non smettere mai di farsi delle domande. Spero di non aver sparato troppe stupidaggini! Buona serata!

Messaggio su Facebook del 6 gennaio 2020

La mia risposta:

Cara Giorgia,

grazie del bellissimo messaggio di ieri – l’espressione “ritornare alle domande” è stupenda.

La tentazione di risponderti con una lunga lettera (come ho fatto con Monica nel libro) è davvero grande, ma purtroppo per esigenze di tempo non posso. Posso dirti invece che i tuoi dubbi non sono affatto stupidi, ma anzi, denotano una grande maturità e consapevolezza. Continua su questa strada.

Riguardo ai consigli di lettura, ci sono dei testi “canonici” sull’umanismo (tipo Ragionando su Dio di Grayling), ma se ho capito bene che tipo di persona sei ti consiglio senza dubbio due libri di Albert Camus: Il Mito di Sisifo e La Peste – in quest’ordine. Ai quali aggiungerei anche L’Uomo in rivolta, il quale termina con queste parole:

“Esistono dunque, per l’uomo, un’azione e un pensiero possibili a quel livello medio che gli è proprio. Ogni tentativo più ambizioso si rivela contraddittorio. […] Oggi, nessuna saggezza può pretendere di dare di più. La rivolta cozza instancabilmente contro il male, dal quale non le rimane che prendere un nuovo slancio. L’uomo può signoreggiare in sé tutto ciò che deve essere signoreggiato. Deve riparare nella creazione tutto ciò che può essere riparato. Dopo di che, i bambini moriranno sempre ingiustamente, anche in una società perfetta. Nel suo sforzo maggiore, l’uomo può soltanto proporsi di diminuire aritmeticamente il dolore nel mondo. Ma ingiustizia e e sofferenza perdureranno, e, per limitate che siano, non cesseranno di essere scandalo. Il “perché” di Dimitri Karamazov continuerà a risuonare, l’arte e la rivolta non moriranno se non con l’ultimo uomo.”

Se cito questo lungo passaggio è proprio perché, in filigrana, è contenuta la risposta alla tua domanda sul senso della sofferenza in un’ottica umanista: non ne ha. Non c’è nessun velo di Maya da squarciare. Nessun sipario dietro il quale scoprire che l’assassino era il maggiordomo. Nessun destino superiore che, alla fine dei giorni, metta insieme tutte le tessere del puzzle a formare un disegno intelligente, dove ogni singola lacrima trovi giustificazione.

In un’ottica umanista la sofferenza è e resta uno scandalo, un’ingiustizia, qualcosa di tragico al quale possiamo provare a porre rimedio, diminuendolo e contrastandolo fin dove possibile, ma che non possiamo né eliminare del tutto, né giustificare del tutto.

Capisco che questa sia una condizione asfissiante e terribile da sopportare. Lo stesso protagonista della Peste, Bernard Rieux, fatica a sopportarla. Ma il difficile sta proprio in questo: “vivere senza conforto” significa vivere in un mondo assurdo dove la sofferenza e la morte non hanno alcun senso – almeno per noi, esseri umani desiderosi di assoluto.

L’evoluzionismo può forse aiutarci a capire perché l’evoluzione abbia premiato la sofferenza nonostante millenni di affinamento. La fisica e il concetto di entropia possono aiutarci a collocare in un’ottica cosmica la necessità del decadimento e della morte. Ma al nostro petto impazzito di contraddizioni queste risposte non interessano. Ecco, l’anelito a Dio e alla religione nasce dalla risposta a questa domanda: “che senso ha soffrire?” L’umanismo rifiuta le consolazioni della religione e risponde che un senso nella sofferenza non c’è, e ciononostante ricerca e trova le motivazioni per rendere il mondo un posto più umano.

Ho parlato proprio di questi argomenti nel mio prossimo libro – titolo provvisorio: “L’incertezza di Sisifo”. Sto ancora cercando un editore, ma posso dire che vedrà la luce nel 2020, quindi il mio consiglio è: abbi fede! Quando uscirà sarai la prima a saperlo.

[Alla fine il libro è uscito l’8 giugno con un altro titolo: “Contro il nichilismo. La scommessa atea e umanista di Sisifo“, edito da Diogene Multimedia]

Grazie ancora per il messaggio e un grande in bocca al lupo per la tua ricerca di senso.

Giovanni

PS: posso pubblicare la tua domanda e la mia risposta sul mio blog? Se vuoi posso anche farlo in forma anonima. Dimmi tu come preferisci!

Email del 7 gennaio 2020, ore 18:05

Risposta di Giorgia:

Ciao,

bhe, che dire se non grazie? Grazie per aver dedicato un po’ di tempo ai miei dubbi e, soprattutto, grazie per la sincerità della tua risposta. Utilizzo il termine sincerità perché mi hai messo davanti ad una realtà scomoda e difficile da accettare. Ci sono interrogativi che mi fanno paura non perché la risposta sia difficile da trovare, anzi; tremo di fronte ad una risposta facile ma dura, aspra, difficile da digerire.

Eppure in ciò che mi hai detto riesco a vedere la Bellezza dell’uomo e dell’umano perché, anche se il dolore è privo di senso, si può limitare. Probabilmente parlo a causa della mia incoscienza dovuta ai miei 20 anni (o forse no) però io sono convinta che l’Altro sia una ricchezza infinita e, proprio per questo, dobbiamo averne cura. Sono giovane, idealista forse, ma penso che il mondo si possa salvare una persona alla volta. È vero, il dolore esiste e ci sarà sempre ma io posso mettermi in gioco per cercare di limitare al massimo il dolore di chi mi circonda.

Grazie per la notizia inerente al libro (non vedo l’ora di poterlo leggere) e grazie per i consigli. Per quanto riguarda il tuo blog se pensi che questo “carteggio” possa essere utile a qualcuno, bhe, pubblicalo senza nessun problema.

Ah, devo ammettere che l’espressione “ritornare alle domande” non è tutta farina del mio sacco, anzi, è una rielaborazione della frase di Hannah Arendt (“Una crisi ci costringe a tornare alle domande”)!

Spero di non averti disturbato troppo, anche se non posso assicurarti che, in un futuro più o meno prossimo, non sfrutterò nuovamente questo indirizzo e-mail (sempre che non ti dispiaccia).

Grazie ancora e buona serata!

Giorgia

Email del 7 gennaio 2020, ore 20:26

Domanda #5:

Domanda di Christopher Vizzini

Buongiorno Giovanni, dopo aver letto il tuo libro mi sono imbattuto in questo tuo blog e con mio immenso entusiasmo ho scoperto di poterti rivolgere una domanda, a mio piacere! C’è un dubbio amletico che mi porto avanti sin da quando sono diventato un ateo (umanista?) convinto. E tu da ateo e filosofo, potresti darmi una grossa mano. Il mio “problema” è questo: nonostante io rispetti chiunque predichi o risulti associato, in un modo o nell’altro, a un movimento religioso (a patto che lui rispetti me) è mia consuetudine, come fosse una deformazione professionale, ritenere (non lo faccio apposta, mi vien quasi automatico) inferiore chiunque creda in un qualsiasi tipo di dio, divinità, potere soprannaturale, etc. e quindi, di conseguenza, considerare quella persona meno intelligente rispetto a me. Capita anche a te? Come affrontare e risolvere (ammesso che debba essere risolta) questa deformazione? Auspicando in una tua risposta, ovviamente senza supercazzole, Ti invio un caro saluto

20 Aprile 2019

La mia risposta:

Ciao Christopher,

Perdona il ritardo nella risposta alla tua domanda, che mi hai posto 15 mesi fa (sic!). Vado subito al dunque e ti prego di apprezzare la sincerità della mia risposta, anche lì dove potrà sembrare molto negativa. Del resto anche questo è umanismo: parlare chiaramente e schiettamente, senza nascondere nulla.

Tu mi chiedi se, in quanto ateo e umanista, io consideri “inferiori” i credenti. La questione è spaventosamente mal posta. In inglese potremmo definirla una “loaded question“, che è un tipo di fallacia logica.

Trovo infatti che la parola “inferiore” sia inaccettabile, quindi con grande franchezza permettimi di condannarla senza se e senza ma: l’idea di “superiorità” e “inferiorità” morale applicata al genere umano (ma anche agli esseri animali non-umani) è stato il vessillo in nome del quale, in buona o in cattiva fede, si sono commesse le peggiori atrocità (genocidi, deportazioni, apartheid, schiavitù, etc.) e in questo caso particolare non è da meno – anche se, fatto encomiabile, tu hai giustamente specificato che rispetti quelle persone.

Quindi sì, credo che il tuo sia un problema da risolvere, non una semplice e innocente deformazione intellettuale. Ma la verità è che questo è un problema traversale, più diffuso di quanto sembri, e gran parte dei problemi del nostro tempo derivano proprio dalla pretesa di “superiorità morale” reclamata da diversi gruppi etnici, politici, nazionali, religiosi, etc. Ricordo, ad esempio, che quando un sovranista britannico mi ha attaccato verbalmente tempo fa, disse proprio che loro, i britannici, hanno “una superiorità morale” rispetto a noi, gli immigrati nel Regno Unito – e tutto ciò solo per aver avuto la fortuna di nascere nel Regno Unito piuttosto che altrove.

Tornando alla tua domanda: no, non considero i credenti “inferiori” né meno intelligenti di me, non fosse perché alcune tra le persone più significative nella mia vita sono credenti, inclusa la professoressa che mi ha “introdotto al mondo delle idee” al liceo, la stessa che ringrazio nell’ultima pagina di Come se Dio fosse antani. Tra i miei amici, poi, ho alcuni cattolici liberali che stimo tantissimo e dai quali imparo sempre cose nuove, visto che in alcuni campi la loro conoscenza è molto più ampia della mia e trovo di vitale importanza lasciarmi contaminare dalle loro idee.

Sono più intelligenti loro di me? Sono più intelligente io di loro? La domanda è mal posta, perché dà per presupposto che esista un’unica intelligenza onnicomprensiva, laddove invece la psicologia contemporanea ha mostrato che esistono intelligenze multiple e che diversi individui possono eccellere in alcune e fare difetto in altre. Ma non è ancora questo il punto, lo so.

Ecco, per affrontare e risolvere questo problema io pratico ogni giorno quella che chiamo “la ginnastica liberale dell’alterità”. Non è un esercizio semplice. Si tratta dello sforzo quotidiano di ascoltare le ragioni dell’altro senza volerle subito scartare come “inferiori” e senza volerle subito sussumere al di sotto delle proprie. Al tempo stesso, questa ginnastica richiede anche che si pongano sempre sotto osservazione critica le proprie ragioni, perché è proprio quando si smette di dubitare delle proprie idee che bisogna preoccuparsi.

Certo, esistono persone oggettivamente meno intelligenti di altre, questo non lo metto in dubbio, ma occhio, perché stupidità o intelligenza sono strettamente collegate alle condizioni sociali ed economiche nelle quali abbiamo avuto la fortuna di crescere – te la sentiresti di definire “inferiore” un bambino cresciuto in una madrasa a pane e Corano, lo stesso che un giorno diventerà un fondamentalista musulmano e magari crederà che in quanto musulmano è superiore a me e a te, infedeli e miscredenti?

Ecco, all’idea di superiorità e inferiorità morale io preferisco di gran lunga quella di “alterità nella libertà”. Vado d’accordo con i miei amici credenti proprio perché ci riconosciamo a vicenda diversi e liberi, ma non per questo inferiori o superiori l’un l’altro. Riguardo alle domande fondamentali su Dio abbiamo “agree to disagree”, abbiamo cioè definito il nostro mutuo disaccordo, senza volerlo risolvere in una direzione o in un’altra.

Io, lo sai già, mi rifiuto di credere in Dio perché esiste la sofferenza innocente nel mondo. Alla domanda “perché Dio permette la morte di un neonato?”, rispondo che è probabile che Dio non esista affatto, e che anche qualora esistesse non potrei credere in lui a causa di quella sofferenza innocente.

Alla stessa domanda i miei amici credenti rispondono invece ognuno a modo loro, con risposte che non comprendo e che non riuscirei mai a accettare. Ma quelle sono le loro risposte, non le mie, per quanto io le trovi assurde e le definisca apertamente tali, senza paura di offendere i miei interlocutori.

La grandezza del liberalismo consiste proprio in questo: nel riconoscere gli individui diversi nella libertà e liberi nella diversità, per quanto la frizione tra i loro differenti universi di senso crei così tante scintille che la metà basterebbe per appiccare un fuoco grande come la foresta amazzonica.

L’alternativa al liberalismo è invece la guerra incrociata delle ideologie (e la stiamo vivendo tutt’oggi), nella quale ognuno si sente superiore agli altri a causa delle proprie idee, del proprio corredo genetico o di chissà cos’altro.

Io so che, agli occhi di molti atei di ferro, appaio come un ingenuo – ne ho parlato anche in alcuni frammenti di Contro il nichilismo, come in quello intitolato “L’unica rivoluzione di cui abbiamo bisogno”. So anche che molti atei incalliti mi considerano addirittura “inferiore” a loro perché, a differenza loro, non riesco a lavorare con disumano cinismo per “l’annientamento delle religioni”, come direbbero di far loro. E sia.

La verità è che l’umanismo si batte ogni giorno proprio contro quel cinismo disumano, memore del fatto che, ogni qualvolta un gruppo di esseri umani si è ritenuto superiori ad altri, dimenticando ogni pietà ed empatia, la storia si è tinta di rosso e le fosse comuni si sono riempite di corpi.

19 luglio 2020

Se ti interessano le mie risposte dai un’occhiata ai miei articoli. Per sapere di più sui miei due libri: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole” e “Contro il nichilismo. La scommessa atea e umanista di Sisifo“.

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