
A Monterotondo, vicino Roma, una famiglia di origini nigeriane ha sottoposto a una circoncisione in casa due gemelli di due anni. Un bambino è morto, il suo gemello è ricoverato in gravi condizioni in ospedale. L’accaduto è gravissimo, ma forse meno raro di quanto si possa pensare – semplicemente, questo caso è salito agli onori della cronaca per il suo tragico finale.
UPDATE: il 24 marzo 2019 è morto un altro bambino per una circoncisione fatta in casa dai genitori. Aveva cinque mesi. Il padre: “Me l’ha chiesto Dio“.
NUOVO UPDATE: il 3 aprile 2019 è morto un altro bambino per una circoncisione fatta in casa dai genitori. Aveva un mese.
TERZO UPDATE: nel luglio 2020 la giunta della Regione Marche ha approvato una delibera che permette di praticare la circoncisione rituale infantile negli ospedali pubblici su pagamento.
I diritti dei genitori VS. i diritti dei figli
Innanzitutto, non ha senso appellarsi qui alla libertà di credo e di religione dei genitori. La libertà dei genitori di credere in qualcosa (e di praticare un culto in accordo con quella credenza) non si applica nel caso della circoncisione rituale infantile.
Il soggetto che subisce la circoncisione non è infatti il padre – soggetto giuridicamente “adulto”, dotato di capacità di intendere e di volere, e di disporre del proprio corpo come meglio crede – bensì bambini di uno/due anni, intellettualmente e fisicamente inermi e bisognosi di protezione giuridica da parte dello Stato, anche contro il volere dei loro stessi genitori.
Ha invece senso parlare di libertà di credo e di religione se riferita ai bambini stessi, i quali, è bene ricordarlo, non sono proprietà dei genitori, bensì soggetti dotati di diritti tanto quanto i loro genitori.

Ogni tipo di mutilazione rituale infantile è una palese violazione di quei diritti, perché avviene ignorando il volere di chi quella circoncisione la subisce sul proprio corpo – quel corpo muto e inerme che, praticamente e giuridicamente, un volere non potrebbe mai esprimere.
Ragionando per pura ipotesi, sarebbe già diverso se la medesima circoncisione avvenisse, per dire, su un ragazzo alla soglia dei 18 anni: il soggetto, pur sempre giuridicamente minorenne, avrebbe però la capacità pratica e intellettuale di comprendere quanto gli stesse accadendo, potendo ad essa opporsi o accettarla.
Ospedalizzare le circoncisioni è una misura contraddittoria
Ora, è bene sottolineare che, da un punto di vista laico, una simile circoncisione rituale resterebbe inaccettabile anche se praticata in ospedale, in regime ambulatoriale. Certo, le probabilità che l’operazione abbia conseguenze dannose o fatali si ridurrebbero notevolmente, ma de iure i diritti del bambino verrebbero lesi nella stessa maniera.

Per questo siamo in disaccordo con la proposta dell’AMSIMED (Associazione Medici di origine Straniera in Italia), la quale si è rivolta al ministero della Salute affinché autorizzi la circoncisione presso le strutture sanitarie pubbliche e private, “con prezzi accessibili a tutte le famiglie musulmane e ebree che tante volte sono costrette a tornare nei Paesi di origine.”
Perché, se è vero che questa misura eviterebbe simili fatalità, al tempo stesso sancirebbe ufficialmente il prevalere dei diritti dei genitori su quello dei figli – e questo è inaccettabile per un regime laico e democratico.
Che cosa fare allora? Prima di rispondere a questa domanda è importante esplicitare un ultimo fondamentale passaggio.
Circoncisione e infibulazione sono la stessa cosa
Facciamo fatica a comprenderlo, ma infibulazione e circoncisione rituale sono, per definizione, entrambe mutilazioni genitali, praticate sul corpo dei bambini per volere dei genitori. Le motivazioni alla base di simili pratiche sono contenutisticamente diverse ma al fondo tutte formalmente uguali nella loro paternalistica terzietà – ovvero nel fatto che sono gli interessi di terzi (i genitori in questo caso) a prevalere unilateralmente sulla salute dei diretti interessati (i figli).

L’infibulazione, ad esempio, viene praticata per preservare la verginità e la “purezza” della bambina fino al matrimonio, momento in cui lo sposo “scuce” letteralmente la vulva (defibulazione) prima di “consumare” il primo atto sessuale.
La circoncisione, invece, viene praticata (presso gli Ebrei in particolare) come segno d’appartenenza del bambino alla propria comunità religiosa – per usare le parole della Bibbia, “come segno del legame eterno fra il Santo Benedetto e la Casa d’Israele”.
Se riuscissimo a ragionare con fare oggettivo e distaccato ci accorgeremo che, in linea di principio e al netto delle diverse conseguenze psicologico-sanitarie, queste pratiche sono lesive dei diritti del bambino nello stesso modo. Le motivazioni alla base dell’una come dell’altro sono infatti non sanitarie, bensì religiose, culturali, tribali o quant’altro. È dunque un’operazione praticata nell’interesse esclusivo dei genitori sul corpo dei figli.
Ospedalizzare le mutilazioni genitali infantili?
Per questo motivo la proposta di ospedalizzare qualsiasi tipo di mutilazione genitale infantile (comprese le circoncisioni) è contraddittoria – per quanto in alcune regioni qualcosa si sia già mosso in tal senso.
È forse un passo avanti, sì, ma nella direzione sbagliata. Salverebbe vite umane (e noi vogliamo salvare vite umane), ma rappresenterebbe un precedente pericoloso a livello legale. Sancirebbe infatti ufficialmente che il corpo dei figli è proprietà dei genitori, i quali possono disporne come meglio credono e con conseguenze irreversibili.
No, la direzione nella quale bisogna puntare è un’altra. Bisogna ripensare i presupposti di questo multiculturalismo che abbiamo accettato senza capirlo fino in fondo, in nome del quale rischiamo di sacrificare i diritti dell’individuo sull’altare del perbenismo e del relativismo culturale. La Germania nel 2012 si è mossa in una direzione, così come la Norvegia, mentre i pediatri svedesi si sono mossi in quella opposta: noi?
Noi crediamo che ogni credenza – religiosa e non (e penso qui ai no-vax ad esempio) – ha diritto di trasformarsi in pratica solo se i suoi effetti hanno un impatto esclusivo sul corpo e la vita dell’individuo stesso. Le mutilazioni genitali infantili non rientrano fra queste. Per questo motivo non possono avere diritto di cittadinanza in uno stato laico e liberale come, sulla carta, l’Italia è e resta.

Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche “D’una fede che uccide e dell’ignoranza che salva“. Per sapere di più sul mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole“

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