Domanda #4: la sofferenza in ottica umanista

Domanda di Giorgia Osella

Buonasera, ho appena terminato il suo libro (Come se Dio fosse Antani, nda) e ho deciso di scriverle.

Prima di tutto mi presento: sono Giorgia, ho quasi 20 anni e mi definisco agnostica da circa un annetto. Ho adottato questa prospettiva in seguito ad una forte crisi religiosa che mi ha fatto ritornare alle domande. Questi interrogativi hanno risvegliato in me una consapevolezza: io non sono mai stata capace di credere in Dio ma ho sempre sperato che esistesse. E le cose sono assai differenti.

Ora, non so se questa sia una crisi momentanea oppure se sia effettivamente una presa di coscienza che mi porterà a confermare questo punto di vista. Sicuramente sono piena di domande e di interrogativi e i suoi articoli, così come il suo libro sono per me degli importanti spunti di riflessione.

Grazie a lei, infatti, ho conosciuto la filosofia umanista e ne sono rimasta subito affascinata. Mi sono resa conto che moltissimi valori umanisti coincidono con la mia personale visione del mondo; proprio per questo motivo la mia intenzione è quella di approfondire questa filosofia.

Le sto scrivendo per farle due domande. Ha per caso dei titoli di libri e/o delle letture da consigliarmi per approfondire questo argomento?

Il mio secondo interrogativo, invece, è un pochino più “complesso” . Nel suo libro ha scritto che essere umanisti e atei risulta essere particolarmente difficile “perché richiedono che gli uomini vivano senza conforto”. In seguito ha citato la promessa di elevamento di cui parla Nietzsche; ecco, ho una domanda probabilmente molto stupida – e per questo mi scuso – ma vorrei provare a capirci un po’ di più. Come si può, secondo lei, conferire un senso a ciò che stiamo vivendo senza ricorrere alla teologia? Cerco di spiegarmi meglio … ognuno di noi, a prescindere dal (non) credo religioso a cui appartiene, ha dei valori che ritiene legittimi e con cui cerca di orientare la propria esistenza. Ad esempio non ho bisogno di credere in Dio per amare l’altro e ritenerlo degno di stima, rispetto e affetto. D’altra parte, però, come è possibile affrontare la sofferenza in un’ottica umanista? La vita è una continua ricerca, certo, e l’importante è continuare ad interrogarsi però, dati i miei trascorsi da credente praticante, mi è difficile pensare al dolore come un evento tragico completamente privo di senso.

Le chiedo scusa per il disturbo e la ringrazio per tutte le domande e le riflessioni che mi ha suscitato. Non so se tornerò a credere, se diventerò atea o se manterrò la mia “posizione agnostica” però una cosa è certa: per me l’importante è non smettere mai di farsi delle domande. Spero di non aver sparato troppe stupidaggini! Buona serata!

Messaggio su Facebook del 6 gennaio 2020

La mia risposta:

Cara Giorgia,

grazie del bellissimo messaggio di ieri – l’espressione “ritornare alle domande” è stupenda.

La tentazione di risponderti con una lunga lettera (come ho fatto con Monica nel libro) è davvero grande, ma purtroppo per esigenze di tempo non posso. Posso dirti invece che i tuoi dubbi non sono affatto stupidi, ma anzi, denotano una grande maturità e consapevolezza. Continua su questa strada.

Riguardo ai consigli di lettura, ci sono dei testi “canonici” sull’umanismo (tipo Ragionando su Dio di Grayling), ma se ho capito bene che tipo di persona sei ti consiglio senza dubbio due libri di Albert Camus: Il Mito di Sisifo e La Peste – in quest’ordine. Ai quali aggiungerei anche L’Uomo in rivolta, il quale termina con queste parole:

“Esistono dunque, per l’uomo, un’azione e un pensiero possibili a quel livello medio che gli è proprio. Ogni tentativo più ambizioso si rivela contraddittorio. […] Oggi, nessuna saggezza può pretendere di dare di più. La rivolta cozza instancabilmente contro il male, dal quale non le rimane che prendere un nuovo slancio. L’uomo può signoreggiare in sé tutto ciò che deve essere signoreggiato. Deve riparare nella creazione tutto ciò che può essere riparato. Dopo di che, i bambini moriranno sempre ingiustamente, anche in una società perfetta. Nel suo sforzo maggiore, l’uomo può soltanto proporsi di diminuire aritmeticamente il dolore nel mondo. Ma ingiustizia e e sofferenza perdureranno, e, per limitate che siano, non cesseranno di essere scandalo. Il “perché” di Dimitri Karamazov continuerà a risuonare, l’arte e la rivolta non moriranno se non con l’ultimo uomo.”

Se cito questo lungo passaggio è proprio perché, in filigrana, è contenuta la risposta alla tua domanda sul senso della sofferenza in un’ottica umanista: non ne ha. Non c’è nessun velo di Maya da squarciare. Nessun sipario dietro il quale scoprire che l’assassino era il maggiordomo. Nessun destino superiore che, alla fine dei giorni, metta insieme tutte le tessere del puzzle a formare un disegno intelligente, dove ogni singola lacrima trovi giustificazione.

In un’ottica umanista la sofferenza è e resta uno scandalo, un’ingiustizia, qualcosa di tragico al quale possiamo provare a porre rimedio, diminuendolo e contrastandolo fin dove possibile, ma che non possiamo né eliminare del tutto, né giustificare del tutto.

Capisco che questa sia una condizione asfissiante e terribile da sopportare. Lo stesso protagonista della Peste, Bernard Rieux, fatica a sopportarla. Ma il difficile sta proprio in questo: “vivere senza conforto” significa vivere in un mondo assurdo dove la sofferenza e la morte non hanno alcun senso – almeno per noi, esseri umani desiderosi di assoluto.

L’evoluzionismo può forse aiutarci a capire perché l’evoluzione abbia premiato la sofferenza nonostante millenni di affinamento. La fisica e il concetto di entropia possono aiutarci a collocare in un’ottica cosmica la necessità del decadimento e della morte. Ma al nostro petto impazzito di contraddizioni queste risposte non interessano. Ecco, l’anelito a Dio e alla religione nasce dalla risposta a questa domanda: “che senso ha soffrire?” L’umanismo rifiuta le consolazioni della religione e risponde che un senso nella sofferenza non c’è, e ciononostante ricerca e trova le motivazioni per rendere il mondo un posto più umano.

Ho parlato proprio di questi argomenti nel mio prossimo libro – titolo provvisorio: “L’incertezza di Sisifo”. Sto ancora cercando un editore, ma posso dire che vedrà la luce nel 2020, quindi il mio consiglio è: abbi fede! Quando uscirà sarai la prima a saperlo.

[Alla fine il libro è uscito l’8 giugno con un altro titolo: “Contro il nichilismo. La scommessa atea e umanista di Sisifo“, edito da Diogene Multimedia]

Grazie ancora per il messaggio e un grande in bocca al lupo per la tua ricerca di senso.

Giovanni

PS: posso pubblicare la tua domanda e la mia risposta sul mio blog? Se vuoi posso anche farlo in forma anonima. Dimmi tu come preferisci!

Email del 7 gennaio 2020, ore 18:05

Risposta di Giorgia:

Ciao,

bhe, che dire se non grazie? Grazie per aver dedicato un po’ di tempo ai miei dubbi e, soprattutto, grazie per la sincerità della tua risposta. Utilizzo il termine sincerità perché mi hai messo davanti ad una realtà scomoda e difficile da accettare. Ci sono interrogativi che mi fanno paura non perché la risposta sia difficile da trovare, anzi; tremo di fronte ad una risposta facile ma dura, aspra, difficile da digerire.

Eppure in ciò che mi hai detto riesco a vedere la Bellezza dell’uomo e dell’umano perché, anche se il dolore è privo di senso, si può limitare. Probabilmente parlo a causa della mia incoscienza dovuta ai miei 20 anni (o forse no) però io sono convinta che l’Altro sia una ricchezza infinita e, proprio per questo, dobbiamo averne cura. Sono giovane, idealista forse, ma penso che il mondo si possa salvare una persona alla volta. È vero, il dolore esiste e ci sarà sempre ma io posso mettermi in gioco per cercare di limitare al massimo il dolore di chi mi circonda.

Grazie per la notizia inerente al libro (non vedo l’ora di poterlo leggere) e grazie per i consigli. Per quanto riguarda il tuo blog se pensi che questo “carteggio” possa essere utile a qualcuno, bhe, pubblicalo senza nessun problema.

Ah, devo ammettere che l’espressione “ritornare alle domande” non è tutta farina del mio sacco, anzi, è una rielaborazione della frase di Hannah Arendt (“Una crisi ci costringe a tornare alle domande”)!

Spero di non averti disturbato troppo, anche se non posso assicurarti che, in un futuro più o meno prossimo, non sfrutterò nuovamente questo indirizzo e-mail (sempre che non ti dispiaccia).

Grazie ancora e buona serata!

Giorgia

Email del 7 gennaio 2020, ore 20:26

Per sapere di più sui miei due libri: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole” e “Contro il nichilismo. La scommessa atea e umanista di Sisifo

Puoi inviare le tue domande dalla pagina Chiedimi qualsiasi cosa – cercherò di rispondere con calma alle più interessanti.

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