Era una serata particolarmente goliardica in quel di Roma. «Faccio parte dell’UAAR», le dissi timoroso. La sua risposta fu immediata: «E che è? Il ruggito di un leone napoletano?» Un’altra volta invece, memore della lezione, impostai il discorso diversamente: «conosci l’UAAR?», le domandai. «Luàr? No, non lo conosco, che cosa ha scritto?», mi domandò candidamente lei, credendo che mi stessi riferendo ad uno scrittore.
Da questo tipo di malintesi ho imparato due cose: 1) l’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti) è una realtà piccola e poco conosciuta; 2) dire di farne parte probabilmente non ti aiuterà a far colpo su una ragazza.
Ironia a parte, è innegabile che la nostra associazione abbia ancora un problema, oltre che di identità, anche e soprattutto di metodo e di comunicazione. Non supereremo mai, è vero, l’istintiva diffidenza dei credenti in generale e dei cattolici in particolare, almeno fin tanto che continueremo a considerarli con alterigia degli illusi – ne ho parlato qui; ma non supereremo neanche l’istintiva diffidenza di quei tantissimi non credenti che, invece, potrebbero e vorrebbero far parte della nostra associazione ma che indietreggiano di fronte al nostro anacronistico modus operandi.
Domandiamoci, infatti: perché continuiamo ad essere in 3683 gatti in un paese dove, stando agli ultimi censimenti, i non-credenti sarebbero almeno 6 milioni? Siamo sicuri che la nostra impopolarità sia tutta colpa dell’ombra lunga del Vaticano? Davvero non abbiamo nulla da recriminarci, noi «senza peccato»?
No, anche l’UAAR è piena di difetti – piena. Ma è proprio per questo che ne faccio parte: perché voglio migliorarla, dall’interno, impegnandomi in prima persona nella correzione di quei difetti. Troppo facile, infatti, rifugiarsi nel tipico «oltranzismo da poltrona» dei più – quelli che, per intenderci, minacciano ogni anno di non «rinnovare la tessera» o di boicottare l’associazione «se le cose non cambieranno». Ecco: io sono qui per cambiarle, le cose; loro per lamentarsene – per fortuna non sono solo.
Oltre a questi «campioni dell’intransigenza», nel desertico panorama italiano ci sono altre due categorie di persone: i «saggi dell’astensione» e i «tifosi dell’apocalisse».
I primi, elevando a massima di legislazione universale il «fatti-li-cazzi-tua» del filosofo Antonio Razzi, sostengono che sia del tutto inutile cercare di cambiare le cose in Italia perché le cose in Italia non possono cambiare – viva le petizioni di principio, viva La Palisse!
I secondi, invece, inneggiano all’estinzione del genero umano citando Cioran – peccato non diano mai il buon esempio, questi «testimoni del nulla», a differenza dei loro maestri Caraco e Mainländer, che invece si suicidarono per davvero.
Tornando seri, domandiamoci: che cosa accomuna queste tre categorie di persone? L’alibi della purezza. Ognuna di esse crede, infatti, nella propria assoluta innocenza. «Non facciamo nulla di male», dicono, camminando distratti tra le macerie della laicità italiana, ogni giorno più invadenti. «Non facciamo nulla di male», ripetono, e non gli importa nulla se l’Italia resta il fanalino di coda dei diritti civili in Europa. «Vedrai», mi rassicurano, «il progresso è inevitabile, tra quindici anni l’Italia cambierà, da sola, per forza di cose, con o senza il nostro impegno». In fondo, i diritti civili piovono dal cielo, no?
Ecco allora il mio doppio invito, per quanto ingenuo o utopico possa sembrare. Da una parte, auspico che l’UAAR superi finalmente il suo anticlericalismo di default e la sua aprioristica irreligiosità, evolvendosi in direzione di una maggiore «intelligenza mediatica» e di un liberalismo che sia realmente tale. Il «pluralismo delle trincee» comincia a rivelarsi tanto insensato quanto sterile. Dobbiamo dunque uscire in campo aperto, con le mani alzate, per incontrarci tutti – credenti, non-credenti, indifferenti, timorosi, etc. – al fine di raggiungere insieme un cambiamento che, da soli, non otterremo mai.
Dovremmo evitare di rimarcare ad ogni occasione le nostre incancellabili differenze, cercando piuttosto di sottolineare quanto siamo vicini su tante, tantissime questioni, nonostante quelle differenze. Siamo in tanti, credenti e non, ad essere favorevoli alla rimozione dei crocifissi nelle scuole, ad una modifica dell’8×1000 e dell’ora di religione, all’utilizzo delle cellule staminali per la ricerca scientifica, all’istituzionalizzazione delle coppie di fatto, del testamento biologico e dell’eutanasia, alla legalizzazione della prostituzione e delle droghe leggere, etc. Siamo in tanti, ma non ce ne accorgiamo, perché passiamo le giornate barricati dietro le nostre rispettive trincee.
Amici dell’UAAR, il primo passo spetta a noi. Del resto, non abbiamo che due alternative: 1) diventare i campioni ostinati del dialogo liberale e della parola ragionevole, per raggiungere dei cambiamenti concreti che, lo ripeto, da soli non raggiungeremo mai; 2) restare in quattro gatti a ripeterci quanto sia brutta la Chiesa e la religione – e di quanto, per convesso, sia bello l’ateismo e l’anticlericalismo.
Al tempo stesso, il mio invito va a tutte quelle persone citate in precedenza – i campioni dell’intransigenza, i saggi dell’astensione e i tifosi dell’apocalisse: dentro o fuori l’UAAR, anche voi siete parte del progresso o del regresso dei diritti civili in Italia, che lo riconosciate o meno. E lo siete per un motivo ben preciso: l’innocenza che rivendicate non esiste.
Lasciate che mi spieghi a tal riguardo con un’immagine semplificata ma efficace. Il progresso di ogni società è un tiro alla fune; due squadre si contendono la vittoria: ognuno di noi deve scegliere da che parte stare. Non possiamo, infatti, scegliere di non scegliere. Non possiamo, cioè, ritenerci esenti dalla lotta, lasciando che gli altri tirino la fune per noi. Anche in questo caso, infatti, stiamo operando una scelta di campo, mettendoci ingenuamente dalla parte di chi tirerà più forte. Il laissez faire non è che un modo diverso di tirare la fune – se fossi un filosofo adopererei a tal riguardo un neologismo intrigante: «principio di inazione impossibile».
Cari amici al di fuori dell’associazione, noi dell’UAAR stiamo imparando a conoscere i nostri difetti: vi promettiamo che ci sforzeremo di cambiare. Nel frattempo, però, dateci una mano a tirare la fune, dentro o fuori l’associazione stessa. Tra quindici anni i nostri figli meriteranno di vivere in un’Italia migliore – un’Italia giusta, laica, liberale, intelligente, egualitaria, moderata, civile, educata, tollerante, bella. Il progresso, però, non è inevitabile: tutto dipende da noi, tutto – ogni singolo aggettivo di quella lista.
Soltanto quando capiremo ciò, le cose in Italia potranno cominciare a cambiare – con buone pace di tutti quelli che hanno sostenuto e sosteranno sempre il contrario.

(Photo by Andrea Martella)

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Risposta (2013)
Con poche pennellate, mi descrivi
come un salice piangente tra vapori.
Vi è una triste fatalità nelle cose!
E sono altro da te, nel mio cuor
selvatico non porto immaginetta
alcuna. Se il buon Dio che dici
ci fosse davvero, non lo descriverei
a parole, non darei barba e baffi
bianchi al nonnino, né geometrie
di un monocolo. Qualcuno ha detto
di conoscerlo? Questo è blasfemo,
poiché la conoscenza avviene solo
in fisicità. Coi sensi non si può
cogliere l’assoluto al di là di velo,
e il pensiero, come un battito d’ali
nello spazio, ne oggettivizza solo
un minimo fatto. Ed è tutto qui,
il Nulla in cui credo, con tuo disagio.
Francesco, Perugia – agnostico razionale
(Nota: il presente scritto è inserito in volumetto spedito anche al Vaticano)
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