Londra vista da un italiano, a 7 giorni dalla Brexit

La mia coinquilina è spagnola. Il coinquilino precedente era olandese. Prima ancora condividevo casa con un belga. E la prima coinquilina era invece una triestina, dal nome ebraico e il cognome sloveno.

L’inquilino del piano di sopra è greco, cugino dell’altro inquilino greco che abitava al piano terra – adesso al suo posto vive una coppia di inglesi.

Sotto di me abita una ragazza italiana, madre di una bambina di otto anni che parla inglese con accento british, e italiano con accento siciliano.

Prima di loro c’erano un fratello e una sorella milanesi di origini egiziane, che gestivano un piccolo bistrotdelicatessen di prodotti italiani. Prima ancora lo stesso appartamento era diviso da una coppia lesbica (una inglese, l’altra rumena) e un ragazzo gay, anche lui rumeno.

La lavanderia di fronte casa è gestita da una famiglia iraniana – marito, moglie, suocera e una bambina di un anno con due occhi neri e grandi quanto la felicità. Le donne indossano lo shayla. Ogni volta che mi vedono mi danno un euro che qualche cliente gli ha rifilato per sbaglio, scambiandolo per un pound.

Il titolare si chiama Afshin, ma preferisce farsi chiamare “Ash” visto che gli inglesi continuavano a invertire le sillabe del suo nome, chiamandolo “Ashfin“.

Io coi miei colleghi ho fatto lo stesso, perché continuavano a sbagliare accento, chiamandomi “Gì-ovani“, con l’accento sulla prima “i” e una debolissima doppia “n”. Adesso mi faccio chiamare “Gio“, anche se nella loro testa, ne sono certo, penseranno di dire “Joe” – ma che importa?

Mi taglio i capelli da dei barbieri turchi. Ogni volta che vado mi offrono il thè alla menta, parlano tra di loro in turco ma, quando alle volte mi addormento sulla sedia, mi risvegliano parlandomi in inglese con un forte accento eastlondinese.

Il mio capo è scozzese. Ho due colleghe: una cinese; l’altra metà inglese, metà irlandese. I membri del nostro Board sono cinque donne e quattro uomini, provenienti da tutto il mondo: UK, Pakistan, Ghana, Belgio, Guatemala, USA, Norvegia, Olanda e Nepal.

La tube di Londra è una torre di Babele orizzontale e in movimento. Se chiudi gli occhi senti parlare tutte le lingue del mondo – ma pur sempre sottovoce, per non disturbare gli altri.

Quando passi vicino a degli italiani a Londra te ne accorgi proprio da questo – dal tono della voce, generalmente più alto della norma – e non dai tratti del volto o dai vestiti.

Una volta, ad esempio, da Primark ho sentito dietro di me due ragazze che parlavano in romanaccio. Giratomi, mi sono ritrovato di fronte a due giovani ragazze, dalla pelle scura e il velo attorno al volto.

Proprio come quella volta che, al concerto di Chinese Man, ho conosciuto X., italiano come me “ma” con gli occhi a mandorla, venuto a Londra direttamente dal quartiere dell’Esquilino, a Roma.

X. l’ho conosciuto attraverso D., un amico di Erba con la pelle nera, dei rasta stupendi e un accento fortissimo che tradisce tutto il suo essere lumbard dentro.

Sempre attraverso D. ho conosciuto C., giovane femminista metà messicana, metà danese, che parla cinque lingue come se fosse nulla e adopera il congiuntivo in italiano meglio del nostro ministro degli esteri.

Dicevo della tube. Sulla banchina le persone, prima di salire, aspettano che gli altri scendano. Se qualcuno per sbaglio ti urta, ti chiede scusa. Se la tube è piena, i passeggeri si scambiano dei sorrisi complici, come a dire: “e che vuoi farci?” E se c’è una persona che ha bisogno di sedersi ci si alza in piedi, sempre sorridendo, ma senza troppe cerimonie.

Per strada puoi dare la mano a chi ti pare, baciare chi ti pare e andare vestito come ti pare, stando pur certo che le persone ti guarderanno una sola volta, e senza giudicarti – perché your life is not my life e allora che ognuno se la goda come meglio crede.

Del resto, siamo venuti a Londra apposta per questo. E restiamo qui apposta per questo: per essere liberi di essere noi stessi. Per esplorare, crescere e realizzarci, lontano dal bigottismo delle nostre provincie, dai contratti in nero delle nostre aziende e dai lamenti populisti delle nostre signore.

Londra è lontana dall’essere perfetta, lo sappiamo. Ma sul piatto della bilancia, col tempo, tutto si equilibra: l’apertura mentale, l’internazionalismo, la diversità, la civiltà, l’educazione e la puntualità fanno da contrappeso al tempo grigio, agli amici lontani, agli aperitivi senza stuzzichini, al piacere di potersi esprimere nella propria lingua e alla lontananza dalla nostra famiglia, dai nostri piatti e dai nostri luoghi.

C’è bisogno di anni per capirlo. Io ce ne ho messi esattamente tre, da quel 23 gennaio 2017 in cui arrivai con due valigie, un lavoro e nessun amico.

Oggi, a sette giorni dalla Brexit, affronto il futuro con un altro spirito. Che vengano pure i populisti britannici a dirci che non siamo i benvenuti. Qui, a Londra, sono loro a non esserlo.

Perché questa è casa nostra, e la difenderemo con tutto il nostro internazionalissimo amore.


Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche “’Torna a casa, fottuto italiano’: quando la vittima di razzismo sei tu” oppureIo, immigrato nato sulla sponda giusta del Mediterraneo“. Per sapere di più sul mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole

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2 commenti

  1. Condivido tutto, tranne il discorso dei contratti in nero, quando lavoravo lì (presso una Day Nursery
    con proprietari greci prima e inglesissimi poi) venivo pagata in nero per la metà della miserrima retribuzione.

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