
Oggi è il 7 marzo e mi rivolgo a tutti gli uomini come me, con grande pacatezza e positività, per ribadire un concetto che spesso tendiamo a dimenticare – e cioè che, in materia di sessismo, le responsabilità più grandi le abbiamo noi uomini.
Detto in maniera ancora più drastica: oggi come ieri, il problema siamo ancora noi – o meglio, siamo ancora “principalmente” noi.
La buona notizia
Lungi dall’abbatterci, questa realizzazione può (e deve) spronarci a fare sempre di più, e sempre di meglio.
Il risvolto della medaglia è infatti in questo caso stimolante – “empowering“, per usare un’espressione inglese che non saprei tradurre in italiano.
Perché se è vero che siamo principalmente noi uomini il problema, è altrettanto vero allora che noi uomini possiamo realmente fare la differenza nella lotta alla discriminazione di genere.
Responsabili, non colpevoli
Come vedete, questo non è affatto un metafisico mea culpa, né un misandrico “j’accuse“. Nessun uomo è infatti colpevole di essere nato uomo, così come nessuna donna è colpevole di essere nata donna – è questo, in fondo, il succo del messaggio femminista.
Siamo invece tutti e tutte responsabili (“responsabili“, non “colpevoli”) del nostro perseverare in atteggiamenti sessisti – e questa responsabilità si fonda su una differenza che definirei ironicamente “heideggeriana“, e cioè la differenza tra “venire al mondo” e “stare al mondo“.
Perché sul nostro “venire al mondo” non abbiamo avuto alcun potere decisionale, ma ne abbiamo invece sul nostro “stare al mondo”, ovvero su come decidiamo di agire e comportarci ogni giorno nei confronti di noi stessi e degli altri.
In che senso possiamo fare la differenza
In tal senso, non abbiamo potuto scegliere di nascere donna o uomo, ma abbiamo invece il potere di costruire una società dove nascere donna o uomo sia irrilevante – moralmente, culturalmente e politicamente irrilevante.
È questo infatti l’obiettivo ultimo del femminismo, una battaglia trasversale, a cui tutti abbiamo interesse a partecipare, a prescindere dal proprio genere di appartenenza – di qui il senso dello slogan che vedete qui sotto: “non c’è bisogno di essere donna per essere femminista“.

Dicevo che “venire al mondo” e “stare al mondo” sono due cose diverse. Provo a dirlo altrimenti con una battuta di spirito: non abbiamo potuto scegliere di nascere con una vagina o con un pene in mezzo alle gambe, ma abbiamo il potere di scegliere come usarli.
Limitatamente al nostro pene, come scegliamo di usarlo può realmente fare la differenza. Lo spettro della scelta va infatti dall’usarlo come arma di sopraffazione (caso estremo: lo stupro come arma di guerra) o come strumento di piacere consensuale e condiviso (capendo ad esempio che l’orgasmo vaginale, frutto della sola penetrazione, è un anacronistico mito patriarcale).
Di più: dire “il pene è mio e decido io” significa anche affermare il proprio dominio sul proprio organo genitale, laddove invece la raffigurazione stereotipica dell’uomo nella società patriarcale è quella dell’eterno arrappato – un individuo asservito totalmente agli umori del proprio membro, con un secondo cervello in mezzo alle gambe che lo costringerebbe, per sua stessa natura, ad uno stato di perenne e incontrollabile eccitazione sessuale, la quale non di rado sfocia nell’effrazione sessuale (leggi sexual harassment, stupro, etc.).
Il primo passo: ascoltare
Ora, interrompere “il ciclo delle discriminazioni” e dell’”eterno ritorno del patriarcato” richiede tanta pazienza, lucidità e umiltà. Soprattutto, richiede una vera e propria presa di coscienza e di responsabilità, specialmente da parte di chi il problema lo genera e lo tiene in vita.
Il primo fondamentale passo, per noi uomini, è dunque porci in ascolto.
Provateci. Sedetevi letteralmente a tavolino con una vostra amica, o con vostra sorella, o con vostra madre. Chiedetele: “cosa significa, per te, nella vita di tutti i giorni, essere donna?” e mettetevi in silenzio ad ascoltare.
Io l’ho fatto e continuo a farlo quando posso, e quello che scopro mi terrorizza e mi fa rabbia: micro- e macro-aggressioni quotidiane; violenza verbale, psicologica e fisica; discriminazioni sul posto di lavoro, per strada, in famiglia, a scuola; stalking, slut-shaming, cat-calling; ansie, paura, auto-censure, etc.
Adesso mi taccio
Ascoltare, per noi uomini, è solo il primo passo – e ci sarebbe tanto altro da dire sui passi successivi al primo e sui mille altri aspetti di una questione complessa, che non può di certo ridursi a un semplice articolo su un blog.
Per coerenza, però, adesso mi taccio e mi metto in ascolto delle donne – perché domani è l’8 marzo, e l’8 marzo è la loro giornata, non la nostra.
Se hai trovato interessante questo articolo leggi anche “Sesso: parliamone” e “5 modi per combattere (davvero) la cultura dello stupro“ Per sapere di più sul mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole“

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