Entro in auto-isolamento e rileggo Camus

Sul Coronavirus finora ho taciuto, sia perché non avevo niente di importante da dire (non sono né un medico, né un politico), sia perché qui a Londra l’epidemia non è ancora arrivata a livelli allarmanti.

Intervengo oggi, con una certa umiltà, per due motivi.

It’s coming home

Il primo, perché appare chiaro dalla conferenza stampa di Boris Johnson che il Regno Unito si sta preparando all’impatto, passando dalla fase uno (il mero “contenimento” del virus) alla fase due (il “rallentamento” del virus).

L’obiettivo è di mantenere la curva di propagazione del contagio sotto la soglia di sostenibilità ospedaliera – a tal riguardo, guardate il chiarissimo video di Dario Bressanini.

#RestoACasa

Il secondo, perché da stamattina ho una banalissima tosse e, dopo aver fatto un test online della NHS (il Sistema Sanitario Britannico), ho capito che la cosa migliore e più semplice da fare è entrare in auto-isolamento, in via precauzionale.

Per farla breve, ho fatto una spesa oculata, ridurrò i contatti sociali al minimo, seguirò i protocolli della NHS e lavorerò da casa per almeno una settimana, visto che ho la fortuna di poterlo fare.

E invece no

Non c’è nulla di eroico né di straordinario in tutto ciò, eppure a giudicare dalle risposte di una persona a me vicina (di cui non farò il nome) sembra invece esserlo.

Quando le ho detto che resterò a casa per qualche giorno, lei mi ha risposto: “vabbè, ma tanto non ti controlla nessuno se esci”. Non contenta, ha aggiunto più tardi: “ma che sarà mai, è solo una febbre“. Ha poi rincarato la dose sottolineando che “in percentuale le persone che muoiono sono poche, e sono tutte vecchie“. Per finire, la perla: “Secondo me il Coronavirus è un complotto per sfavorire la Cina”.

Non commento questa affermazioni perché sarebbe inutile. Però quanto fa strano sentirle in prima persona, da una persona che incontri ogni giorno? Quanto fa strano sapere che certe persone esistono per davvero e non solo online? E quanto fa strano vedere che in fondo non gliene frega nulla dei tuoi argomenti?

Perché l’auto-isolamento

Ho provato a spiegarle i motivi della mia scelta. Le ho detto che ho scelto l’auto-isolamento non perché abbia paura per me – niente affatto, perché io ho la presunzione (nel doppio senso della parola) di pensare che me la caverò.

Ho paura invece per quello che la mia irresponsabilità e il mio giovanile menefreghismo potrebbero provocare agli altri – agli anziani, agli immunodepressi, ai malati, che potrei contagiare (e far soffrire, e far morire) senza nemmeno accorgermene.

L’ennesimo privilegio

Non posso permetterlo. Perché anche in questa lotteria io ho solo avuto più fortuna di altri, senza merito – e la fortuna senza merito ha un nome: “privilegio“.

Ecco, anche nel bel mezzo dell’epidemia sono un privilegiato. Perché oltre ad avere la fortuna di essere nato bianco, europeo, tendenzialmente eterosessuale, appartenente a una famiglia medio-borghese e in un contesto che mi ha permesso di abbandonare la mia religione senza persecuzioni, ho avuto anche la fortuna di confrontarmi con una pandemia del genere a 31 anni, in piena salute, vivendo in un paese con la sesta economia al mondo.

Il minimo sindacale

Auto-isolarmi è il minimo che possa fare. Non si tratta soltanto del debito che ripago alla vita per la fortuna di essere nato privilegiato. Né si tratta soltanto di un dovere civico nei confronti di un sistema che, senza la cooperazione di tutti, potrebbe crollare da un momento all’altro (ed è infatti in procinto di crollare, almeno in Italia, dove all’imperativo della cooperazione si è sempre preferito quello del fregare e fregarsene).

Se ho scelto l’auto-isolamento è perché ho letto troppe volte La Peste di Camus, e non potrei mai perdonarmi di essermi messo consapevolmente “dalla parte del flagello“, invece che tra le fila di chi fa tutto quello che è in suo possesso per contrastarlo, senza sapere né da dove arrivi, né se (e come) scomparirà.

Il coronavirus, Camus e l’onestà

Come ho cercato di spiegare nell’ultimo capitolo di Come se Dio fosse antani, dedicato proprio alla Peste di Camus, combattere il male della creazione non richiede misure superominiche né gesti eclatanti, ma solo “onestà” – senza “h” iniziale.

Per farvi capire cosa intendo, ho deciso di mettere a disposizione di chi è arrivato in fondo a questo articolo le sei pagine del libro dedicate alla Peste di Camus, nella speranza che possano consolidare in voi quel senso di onestà di cui abbiamo un bisogno estremo adesso, in Italia, nel Regno Unito e nel mondo intero.

Come-se-Dio-fosse-antani-Luomo-in-rivolta

L’umanismo al vaglio

A vedere l’isteria e l’idiozia collettiva di questi giorni anche il più determinato degli umanisti perderebbe la fiducia nell’umanità. Ma la misantropia e il disfattismo non possono avere l’ultima parola, né ora né mai.

Dobbiamo fare uno sforzo tutti, per combattere il virus, scacciarlo e apprendere una volta di più ciò che si impara “in mezzo ai flagelli” – quella che io chiamo “la lezione di Rieux“, fondamento di ogni possibile umanismo, e cioè “che ci sono negli uomini più cose da ammirare che non da disprezzare.”

Se hai trovato interessante questo articolo leggi anche Io, immigrato nato sulla sponda giusta del Mediterraneo“. Per sapere di più sul mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole

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