Pensavo fosse il virus, e invece era nichilismo

Sono entrato in quarantena volontaria il 9 marzo, tra l’incredulità di alcuni amici e l’OK a bocca storta del mio capo. In quei giorni qui nel Regno Unito eravamo in pieno denial, nonostante le preoccupanti notizie che ci arrivavano dalla Cina e dall’Italia.

Il 3 marzo Boris Johnson dichiarava orgoglioso di aver stretto la mano a tutti i pazienti infetti che aveva incontrato in ospedale. L’NHS consigliava a tutti di lavarsi le mani e ai sintomatici di lavorare da casa, ma per il resto era tutto business as usual. Come se non bastasse, di lì a qualche giorno il governo avrebbe annunciato (e poi ritrattato) il suo piano di immunità di gregge.

Un’eziologia ambigua

Dicevo che il 9 marzo sono entrato in auto-isolamento. I motivi per cui l’ho fatto li ho già esposti in un altro articolo. Oggi, a posteriori, realizzo di aver fatto la scelta giusta. Il 6 marzo ero infatti tornato dalle Nazioni Unite a Ginevra, e la sera dell’otto avevo sviluppato una strana tosse: secca, ma insistente e persistente.

La tosse è durata 10 giorni in tutto. Ho avuto due picchi di febbre, curata giusto con del paracetamolo. Dolori muscolari, perdita di peso, insonnia. Era il coronavirus? Forse. So invece – e questo lo so per certo – di aver contratto nel frattempo anche un altro virus: quello del nichilismo.

L’avviso di “sfratto”

E sì, perché in quei dieci giorni è successo di tutto. L’evento di gran lunga più sconvolgente è stato essere costretto a cercare casa nel bel mezzo della quarantena. Vi risparmio i dettagli più scabrosi, ma ecco com’è andata.

La coinquilina spagnola è scappata in Spagna con l’ultimo aereo il 14 marzo, dicendomi che sarebbe ritornata un mese dopo; due giorni dopo mi dice invece che non tornerà più, e che un estraneo prenderà la sua stanza; mi oppongo, per i miei ovvi motivi; il landlord e l’agente immobiliare sono dalla mia parte, mi dicono “don’t worry, Giovanni, you’ve been a loyal tenant for four years“; tempo cinque giorni ed eccoli invece fare retromarcia con una semplice email: “il 1 maggio o paghi tutto l’affitto da solo o vai via”.

Il virus del nichilismo

Mi sono sentito trattato come un numero. Spostato da una parte all’altra come la biglia di un abaco. In pieno stile capitalista, il proprietario di casa ha capito che non gli convenivo più, e allora grazie e arrivederci. Tutto ciò mi ha condotto in una condizione che non sperimentavo da anni.

I sintomi erano manifesti: rabbia, misantropia, odio, sfiducia nel prossimo, disillusione, disfattismo, totale appiattimento sul presente, incertezza, spaesamento. Riemergevano dal mio inconscio meridionale adagi di diffidenza ormai dimenticati: “statt’ accuort”, “futt e futtatin”, “pensimm a nuj”, “acca nisciuno è fess”, etc. In una parola: il nichilismo.

L’incubazione

In quei giorni non ho fatto altro che assecondare il virus, complici anche le chiacchierate con un amico nichilista, che da anni aspettava questo momento – il momento del “te l’avevo detto…”, del “benvenuto nel club”.

Ho incubato in me stesso il nichilismo e l’ho fatto crescere, passivo come non mai, immobile su delle vere e proprie montagne russe umorali. I miei anticorpi filosofici sono intervenuti in ritardo. Ma alla fine sono intervenuti e posso dire di aver superato la tentazione nichilista.

La ricerca di una casa

Dopo l’avviso di “sfratto” ho passato infatti due settimane alla frenetica ricerca di una casa. Come potete immaginare, si è trattato di un inferno, fatto di agenti immobiliari in guanti e mascherina, tour virtuali delle case su WhatsApp e proprietari di casa che ti trattano anch’essi come un numero.

Tagliando corto, il primo maggio mi trasferisco in una nuova casa, a trecento metri da quella dove vivo adesso. Sarà un trasloco surreale, ma non ho altra scelta. E per la prima volta in vita mia vivrò da solo – addio CDM.

L’epifania

La vera e propria svolta è avvenuta il 5 aprile, la domenica delle palme. Mentre facevo colazione apro un articolo social-sensazionalistico: “Se pensi che le persone stiano dando il peggio di sé in questi giorni, questi 35 esempi ti faranno cambiare idea“.

Comincio a leggere, e già al primo esempio ero in lacrime. Ho finito l’articolo come svuotato, ma al tempo stesso rinato. Istintivamente ho ripreso in mano “Vita e destino” di Grossman per rileggere il famoso discorso di Ikonnikov.

Il virus è destinato a soccombere

Un passaggio in particolare mi ha risollevato dal nulla:

“La storia degli uomini non è dunque la lotta del bene che cerca di sconfiggere il male. La storia dell’uomo è la lotta del grande male che cerca di macinare il piccolo seme dell’umanità. Ma se anche in momenti come questi l’uomo serba qualcosa di umano, il male è destinato a soccombere.”

Sì, il virus sembra invincibile, tantissime persone si mettono dalla sua parte e il mondo intero sembra impazzire e abbrutirsi. Ma perché impazzire e abbrutirsi assieme a loro?

Farlo, questo sì, significherebbe cedere al nichilismo. Ma l’umanismo (o, almeno, il mio umanismo) nasce e si sorregge proprio in opposizione al nichilismo – nel mio prossimo libro (che si intitola “Contro il nichilismo“) parlerò proprio di questo.

L’umanismo al vaglio

Se infatti gli umanisti hanno un compito in questa tragedia, è proprio quello di parlare il linguaggio della ragione, dell’empatia e della solidarietà. Del resto, questo linguaggio è sempre stato il nostro: sarebbe ipocrita e vile cambiare proprio adesso.

Da questa emergenza ne usciremo infatti solo e soltanto grazie alla scienza e alla cooperazione tra gli stati, le comunità scientifiche e gli individui. Nessun Dio ci salverà, e chiudersi a riccio non fa che peggiorare le cose.

Armarsi e sparare ai runner dal balcone, ad esempio, sfasciare la macchina del vicino, sputare odio e risentimento a destra e a manca, giocare a “chi vuol essere il più furbo?”: tutto ciò significa mettersi dalla parte del virus, e prolungare l’emergenza.

Contro Instagram

Nessuno ha idea di come progredirà l’emergenza, né come o quando ne usciremo. Al tempo stesso, però, le ricette per “una quarantena al top” si sprecano. Per non unirmi al coro, cerco di tacere, o di parlare solo di cose che conosco: il nichilismo è tra di esse.

Se posso azzardare un consiglio, dunque, direi quanto segue. Sfatiamo innanzitutto il mito instagrammiano-positivista del “tutto è possibile” o della “quarantena come una vacanza”. No, la quarantena è una merda: bisogna ammetterlo candidamente e subito, per evitare che il rinculo di questa negazione ci si spiattelli in faccia più avanti, e con più forza.

L’esacerbazione del nulla

Non abbiate paura: riconoscere il nichilismo della nostra esistenza è un passo doloroso ma necessario, e in qualche modo anche rigenerante. Sarebbe stato meglio farlo in tempo di pace, certo, ma adesso meglio far di necessità virtù, e non attardarsi all’atto.

Perché la verità (amara, amarissima) è che in realtà il virus non ha cambiato nulla nella metafisica dell’esistenza: la vita non aveva senso prima e non ne ha adesso. Il virus ha solo esacerbato la stessa insensatezza di sempre, quella che però in tempi di pace celavamo pascalianamente a noi stessi, ricorrendo a mille e uno divertissement.

Prima passavamo le nostre giornate a lavorare e a in-trattenerci, per coprire uno a uno i vuoti della nostra routine quotidiana. Adesso che il lavoro è scomparso e gli intrattenimenti non bastano più, ci ritroviamo di fronte al Grande Vuoto, e ne abbiamo paura.

Accogliere l’ospite inquietante

Il primo gesto che dobbiamo a noi stessi, ognuno per sé, è accettare questa paura. L’ospite inquietante è alla porta: accogliamolo. Se non lo faremo adesso, troverà più tardi il modo per entrare, sedendosi a fianco a noi sul divano – e poi sul nostro petto, come un grande cane nero.

Bisogna guardare il vuoto negli occhi, accoglierlo, nominarlo – e persino parlargli, ben sapendo che non risponderà mai. Perché il vuoto è vuoto, impersonale, muto, cieco, inumano.

Il grande equivoco umanista

Questa condizione straordinaria non fa che rendere ancora più manifesto il grande equivoco umanista, e cioè che la vita, di per sé, non ha senso e non ne ha mai avuto, ma può averne uno in un moto di volontà individuale e collettiva.

La felicità, insomma, è cosa umana – e lo sarà sempre: prima, durante e dopo la pandemia. Non si tratta di trovare nel mondo qualcosa di ontologicamente fondato che possa metterci al riparo dal nulla. Si tratta piuttosto di arare il nulla, di seminare e coltivare umanità in esso, nella speranza di raccogliere un giorno i frutti del nostro impegno, senza la certezza che quel giorno arriverà.


Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche “Entro in auto-isolamento e rileggo Camus” e “I credenti scelgano: o con il virus, o contro di esso”. Per saperne di più sul mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole.

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