Le statue d’inciampo: una proposta umanista

Statua sì o statua no? Il dibattito è troppo fulmineo, la discussione troppo polarizzata, e si finisce inesorabilmente col ridurre il tutto a una sbrigativa contrapposizione tra pro-statue e anti-statue.

C’è carenza di ossigeno insomma, ed è difficile proporre un ragionamento di più ampio respiro. Perché, alla fine del ragionamento, il lettore sarà sempre lì, esigente e intransigente, a chiederti: “sì, OK, ma quindi la abbatteresti o no questa statua?”

Magari fosse così semplice.

Premessa: quando il saggio indica il razzismo…

Non caschiamo nella trappola: il movimento #BlackLivesMatter non può ridursi a un mero soprassalto iconoclasta e violento. È questo che vuole far passare il sistema mediatico, il quale (lungi da me ogni complottismo) sta effettivamente raccontando una storia distorta e funzionale al mantenimento dello status quo.

Qui nel Regno Unito, ad esempio, le prime pagine dei giornali sono tutte dedicate a un caso di cronaca nera, quello di Madeleine McCann, e le proteste fanno notizia solo se violente – che ne è delle centinaia di altre manifestazioni pacifiche e ordinate?

Negli Stati Uniti, poi, Trump vorrebbe trasformare l’omicidio di George Floyd in una questione di mero disordine pubblico, da reprimere con la forza, per difendere il quieto vivere del suo elettorato repubblicano, bianco, conservatore, amante del “Law & Order” e della Bibbia – senza mai averla aperta del resto…

…lo stolto indica la statua

Sono, questi, modi ben collaudati per distogliere l’attenzione dal problema principale: la necessità di rimediare a un’ingiustizia quotidiana e scottante, quella derivante dal razzismo sistemico delle nostre società, non solo occidentali.

Premesso dunque che la questione iconoclasta è solo uno spin-off della macro-questione “razzismo”, proviamo a ragionare su di essa in maniera nietzschiana, al di là del bene e del male, senza cioè impantanarci troppo nell’attualità del dibattito “statua sì”, “statua no”.

Statue, storia e idee

Le statue non sono persone: rappresentano idee. E le idee, a differenza delle persone, possono essere sottoposte a violenza simbolica. Di più: a volte devono essere sottoposte a violenza simbolica. L’assenza di critica significa infatti che quella determinata idea “x”, rappresentata dalla statua, è ancora accettata come normale dalla società at large.

Del resto, Trump che impugna la Bibbia come una bandiera ha forse dimenticato (o probabilmente non l’ha mai saputo) che la Bibbia stessa contiene uno dei più famosi atti di violenza iconoclastica: la distruzione del vitello d’oro da parte di Mosè (Esodo 32), che fuse la statua nel fuoco, spargendone poi le ceneri nell’acqua e costringendo gli israeliti a bere.

Ogni distruzione è “context-oriented”

Difendere o attaccare una statua significa difendere o attaccare un’idea. Ben venga quindi un dibattito democratico e aperto su se, come e quali statue abbattere, modificare o sostituire: è segno che la società sta, se non progredendo, quanto meno cambiando, interrogandosi su se stessa e sul suo passato.

L’iconoclastia non è infatti un bene in sé. Basti pensare ai roghi dei libri nazisti o alla distruzione dei due Buddha di Bamiyan da parte dei talebani, giusto per fare due esempi che ben ci mostrano come ogni iconoclastia sia context-oriented, calata cioè in un contesto all’interno del quale simili gesti hanno o non hanno un senso.

Quale passato vogliamo celebrare?

La volontà iconoclastica è dunque segno di cambiamento, ma non necessariamente di progresso. Anzi, alle volte può indicare un regresso oggettivo. Tutto dipende dai motivi che animano l’iconoclasta, che possono essere tanto nobili e progressisti quanto oppressivi e retrogradi.

Ragioniamo per assurdo. Se tra dieci anni i nazisti riprendessero il potere in Germania, la prima cosa che farebbero sarebbe distruggere ogni statua o monumento alla memoria dell’olocausto. In Italia, se i fascisti riprendessero il potere, molto probabilmente distruggerebbero tutti i monumenti alla memoria della resistenza. E, del resto, è proprio quello che stanno facendo già adesso i gruppi nazisti e fascisti, ma senza l’appoggio della società at large, per fortuna.

Dimmi che statua vuoi abbattere e ti dirò chi sei

Detto ciò, tornando all’attualità, credo che questa volontà di iconoclastia vada accolta, se non con ottimismo, quanto meno con interesse. Significa infatti che una parte sempre più ampia della popolazione si sta domandando se abbia ancora senso mantenere in piedi determinate statue, celebrando le idee che esse rappresentano.

Domandarsi se abbia ancora senso celebrare dei personaggi che si sono macchiati di crimini orribili come schiavismo, razzismo e pedofilia significa che l’asticella morale della nostra società si è alzata, e che gesti considerati “passabili” un secolo fa non lo so più oggi.

Le statue d’inciampo

Ho detto che c’è bisogno di un dibattito democratico e aperto su se, come e quali statue abbattere, modificare o sostituire. Ecco il mio modesto contributo alla questione: lasciamo le statue lì dove sono ma interveniamo per risignificarle alla luce dei nostri più alti standard morali, avvalendoci della creatività degli artisti, della conoscenza degli storici e della volontà di riscatto della società civile tutta.

Così come l’artista tedesco Gunter Demnig creò nel 1992 le pietre d’inciampo, creiamo oggi delle “statue d’inciampo” con lo stesso spirito e obiettivo.

Ad esempio, a fianco alla statua di Montanelli erigiamo una statua a Fatima/Destà, l’anonima bambina eritrea di 12 anni che Montanelli violentò dopo averla comprata dal padre. Diamo un nome preciso a quella bambina, raccontiamo la sua storia. E tra le due statue inseriamo uno schermo che mandi a ripetizione il video del 1969 (’69, badate bene, non 1869) nel quale Montanelli con candore borghese e machista si arrampica sugli specchi pur di giustificare il suo gesto.

Altro esempio. A fianco alla statua di Leopoldo II erigiamo un monumento alle milioni di mani mozzate degli indigeni del Congo – mozzate dai soldati belgi quando gli indigeni non raccoglievano abbastanza gomma. E anche qui, tra i due monumenti, inseriamo uno schermo che racconti la sanguinosa storia del colonialismo belga in Africa, principale artefice del genocidio del Ruanda.

A fianco della statua di Churchill erigiamo un monumento alle milioni di “bestie” indiane che lasciò morire di fame nel 1943 – e così via, di “eroe” in “eroe”.

Meglio inciampare che dimenticare

La forza di questa proposta è quadruplice:

  • bilancia la storia, raccontando i fatti in maniera completa e senza omissioni, riconoscendo ai vari Montanelli della storia tanto gli onori quanto le vergogne;
  • è di impatto, perché invece di cancellare gli orrori del nostro passato li mette in risalto, come monito per evitare in futuro che gli stessi orrori si ripetano;
  • rispetta lo stato di diritto, poiché avverrebbe all’interno di un processo il più possibile civile, programmato e democratico;
  • è onesta, perché aiuta tutti, specialmente le giovani generazioni, a capire che la storia della nostra civiltà (e di qualsiasi altra civiltà in generale) è fatta di violenze, soprusi e guerre, e che nessun “popolo” può proclamarsi davvero innocente a tal riguardo.

Il grande difetto di questa proposta è invece duplice:

  • è implacabile, perché fare davvero i conti con la nostra storia è un lavoro sterminato che rischia di far riemergere ancora più violenza di quanta finora documentata;
  • coinvolgerà ognuno di noi in un futuro più o meno prossimo, perché, come ho scritto in un frammento di Contro il nichilismo, “la storia presto o tardi sorpasserà anche noi. […] Il nostro più avanzato progressismo è, in prospettiva, il barbarismo di domani.”

Fermare l’angelo della storia

Walter Benjamin ha scritto una dei più bei frammenti della storia della filosofia:

C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.

(Walter Benjamin, Angelus Novus, tr. it. Einaudi 1961, p. 80)

Ecco, la proposta di creare delle “statue di inciampo” vuole essere questo ai miei occhi: un modo per disarcionare l’angelo della storia dalla tempesta paradisiaca che gli si è impigliata nelle ali; per permettere all’angelo (e a noi con esso) di tornare su quel cumulo infinito di rovine e morti, col fine ultimo di separare, per quanto possibile, i carnefici dalle vittime, restituendo ai primi le proprie colpe oggettive, e ai secondi un nome, una voce e un senso di giustizia postumo.


Per sapere di più sui miei due libri: Contro il nichilismo. La scommessa atea e umanista di Sisifo e Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole”.

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