Cosa significa volere “un mondo più giusto”

Sono nato nel 1988. Se sarò fortunato vivrò almeno fino al 2070.

Non so che mondo ci aspetterà allora, né se un mondo ci aspetti in generale. So invece che tipo di mondo vorrei lasciarmi alle spalle nel 2070, ed è “un mondo più giusto”, per quanto l’espressione suoni così retorica e vuota.

Al mio capezzale

Non mi interessa che al mio capezzale ci siano i miei figli. La trasmissione dei miei geni mi lascia indifferente. Quello che davvero mi interessa è la trasmissione delle idee.

Non le mie idee, beninteso, bensì le idee in cui ho creduto e sulle quali sto investendo le mie forze, il mio tempo, la mia vita insomma – e queste idee si contano sulle dita d’una mano: libertà, giustizia, intelligenza, bellezza, solidarietà.

Da buon idealista e utilitarista, investo la mia vita in queste idee convinto che una loro maggiore diffusione possa appunto rendere il mondo un posto migliore – migliore di come l’ho trovato quando venni “gettato” nell’esistenza, in quel martedì di pioggia del settembre 1988.

Perché in fondo “un mondo più giusto” non significa altro che questo: un mondo nel quale, a posteriori, mi piacerebbe rinascere.

In che mondo vorrei rinascere

Un mondo, ad esempio, in cui l’indottrinamento religioso nei confronti dei bambini fosse considerato sbagliato e nel quale al piccolo Giovanni non venissero imboccate controvoglia le assurdità della Bibbia semplicemente perché “così si fa”, “zitto e mangia” – e prega.

Ai nipoti che non avrò vorrei che fosse lasciata la libertà di scelta. Che le religioni fossero insegnate a scuola, ma al plurale e con un approccio storico-scientifico, affinché possano scoprire sin da subito la relatività della loro fede all’interno di un enorme mare magnum di religioni, in cui ognuna sostiene di essere l’unica vera – e allora potrebbe darsi il caso che nessuna di esse sia vera.

Se potessi rinascere vorrei farlo in un mondo in cui a sei anni qualcuno mi dicesse chiaramente che cosa sia il sesso, l’amore, il rispetto dell’altro.

Perché ancora a 8 anni credevo che le donne partorissero dall’ano – e quando chiesi chiarimenti alla maestra di italiano lei si mise a ridere e non mi rispose, con mia grande vergogna. Perché, alle elementari, coi miei amichetti del pulmino della scuola pensavamo che la vasellina fosse lo sperma. Perché la pornografia è stata la nostra unica introduzione al sesso a 12 anni. Perché ancora a 14 anni credevo che masturbarsi fosse peccato, nonostante il mio corpo mi dicesse chiaramente il contrario. Perché da bambino non potevo vedere due uomini baciarsi senza provare repulsione, e perché ancora al liceo usavo la parola “frocio” come un’offesa e chiamavo “Barbarella” l’unico studente apertamente omosessuale della mia scuola.

Vorrei che i miei nipoti fossero più fortunati. Che qualche professionista gli spieghi, con il linguaggio adatto, cosa sia il sesso, l’identità di genere, l’orientamento sessuale, ma anche il piacere, il consenso, le malattie sessualmente trasmissibili, i contraccettivi – soprattutto i contraccettivi, per non fare la fine di quel mio coetaneo divenuto papà quando eravamo alle medie.

La scommessa umanista

Potrei continuare per ore, ma si sarà capito su che mondo io stia puntando i miei risparmi.

Un mondo animato dall’intelligenza e da essa plasmato di modo che ai singoli individui venga riconosciuto un grado sempre più ampio di libertà (di pensiero, di espressione, libertà sessuale, etc.), compatibilmente con la libertà altrui.

Un mondo in cui sia sempre più forte il sentimento di empatia universale e in cui, al tribalismo dei provincialismi e dei nazionalismi, si sostituisca un senso di solidarietà globale, come se davvero stessimo tutti combattendo la stessa lotta, quella contro l’inumanità del reale, per renderlo un luogo più ospitale per tutti.

Vorrei infine lasciarmi alle spalle un mondo in cui ci sia spazio tanto per la bellezza quanto per la giustizia. In cui, cioè, si comprenda che giustizia è bellezza, e bellezza è giustizia.

Il totalitarismo del pane

Perché i girasoli di Van Gogh e le mele di Cézanne non sfameranno mai gli ultimi della terra. Di più: di fronte alla fame degli ultimi della terra, quei girasoli immediatamente scoloriscono, e quelle mele prendono un sapore amaro.

Eppure abbiamo bisogno anche di loro. Senza la prospettiva di quei girasoli e di quelle mele, gli ultimi della terra sono infatti destinati a rimanere ultimi, perché condannati a saziarsi di solo pane per l’eternità. E il totalitarismo del pane, come ogni altro totalitarismo, è una schiavitù.


Questo è un “frammento mancato” del mio secondo libro: “Contro il nichilismo. La scommessa atea e umanista di Sisifo. Per saperne di più sul mio primo libro: Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole“.

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