Mascolinità tossica e uomo della conoscenza

Molti leggono i miei post e i miei libri e pensano che io sia sicuro di me stesso – un “filosofo” sempre con la risposta in tasca e l’asso nella manica, capace di farsi scivolare addosso gli insulti come acqua.

“Giovanni cosa ne pensi del trans-femminismo, della questione israelo-palestinese, del capitalismo neo-liberista, etc.”

La verità è che le domande degli altri mi atterriscono. L’agone della discussione mi spaventa, anche quando riesco a uscirne vincitore. E dietro ogni post e ogni articolo ci sono ore di tentennamenti e incertezze. Questo, dall’altro lato dello schermo, non traspare. Ma vi assicuro che è così.

Io e Socrate

Io non sono mai sicuro di avere ragione, sono abitato dai dubbi e ogni critica mi trafigge, perché penso genuinamente che i miei “avversari” potrebbero essere nel giusto e io nel torto.

Gli insulti, poi, anche quelli più beceri, mi lasciano una sensazione elettrica sulla pelle: quella di chi incassa il colpo senza ribattere, perché sa di non essere in grado di insultare a propria volta – retaggio, questo, del mio cristianesimo adolescenziale, credo.

Io, come Socrate, so di non sapere (nulla) – e quando qualcuno mi dà del “filosofo” penso sempre che voglia insultarmi.

Detto senza ironia: sono perfettamente consapevole della vastità di cose che non conosco, e di quanto io sia piccolo in confronto alle persone che ammiro; al tempo stesso, siccome soffro di “sindrome dell’impostore”, so quanto fragile e precaria sia la conoscenza di quel poco che conosco, e ho sempre paura che un follower o un lettore mi smascheri, cogliendomi in fallo su questo o quell’altro argomento.

L’uomo della conoscenza

Perché vi sto raccontando tutto ciò? Perché vorrei provare a smantellare con voi uno dei cardini più nascosti della mascolinità tossica: l’ideale dell’uomo della conoscenza.

Le nostre università, specialmente in ambito umanistico, sono l’emblema di questo ideale. Tra professori (e studenti arrivisti) c’è il culto dell’onniscienza e dell’erudizione, fino al parossismo, come quando quel pazzo del mio amico N., d’accordo con il suo relatore, scrisse una tesi di cinematografia su un regista inventato, e tutti i professori durante la discussione annuivano, come se conoscessero quel regista inesistente, perché in fondo gli sarebbe costata troppa vergogna ammettere davanti ai propri colleghi di non sapere qualcosa.

Fuori dalle università, l’ideale dell’uomo della conoscenza si riflette in maniera subdola ovunque: in politica, motivo per il quale i politici si inventano le peggiori supercazzole pur di non ammettere la propria ignoranza; sui social, dove ogni influencer vorrebbe dare l’impressione di sapere tutto su tutto; nel mondo dell’arte (e più in generale della cultura), dove si fa a gara a chi sia in grado di riconoscere il riferimento nascosto che l’artista avrebbe lasciato in questa o quell’opera; nel mondo dell’attivismo, dove non raramente si fa a gara a chi sia più “woke” degli altri.

L’obbligo di presa di posizione

Viviamo nell’epoca dell’obbligo di presa di posizione. Ci sentiamo come obbligati a esprimerci su tutto, con l’accetta, e immediatamente. Ma dove è finito il tempo della riflessione? Il ritirarsi per deliberare? Dov’è finita la paura di dire cavolate?

Il mio libro Contro il nichilismo in origine aveva un altro titolo: “L’incertezza di Sisifo”. Riassumendo, si tratta dell’incertezza dell’essere umano in un mondo ateo, nel quale, morto Dio, non esistono più obblighi morali assoluti e dunque scegliere di spingere il masso del progresso si rivela essere una decisione individuale e gratuita – una scommessa del tutto fallibile e contingente.

L’incertezza è una virtù

Ecco, agli antipodi della mascolinità stoica, ipertrofica e belligerante, vorrei che si riscoprisse l’incertezza come una virtù essenziale, sia a livello individuale che collettivo, come ho scritto in un frammento del libro:

Attardarsi all’atto, non ritenersi portatori di una verità assoluta, dubitare sempre della propria stessa azione e purtuttavia agire: sono questi gli anticorpi contro la vuota e cieca banalità del male, contro l’affilata sicurezza dei regimi totalitari, contro la certezza omicida dei plotoni d’esecuzione.

Con o senza Dio, a destra come a sinistra, donne o uomini, sarebbe bello che ogni individuo trovasse la forza interiore per ammettere la propria ignoranza di fronte a se stesso e di fronte agli altri, dichiarandosi finalmente vulnerabile e sconfiggendo interiormente così uno dei tanti imperativi nascosti del patriarcato: l’intelletto in perenne e baldanzosa erezione, sempre pronto a dar battaglia per affermare il proprio dominio sugli altri intelletti in erezione.

Viva i filosofi incerti. Viva i dubbiosi. Viva le donne e gli uomini della vulnerabilità.


Per saperne di più sul mio libro: “Contro il nichilismo. La scommessa atea e umanista di Sisifo” (Diogene Multimedia, 2020)

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3 commenti

  1. Un altro post bellissimo. Però, in questo caso secondo me la questione è più ampia che non limitata alla mascolinità tossica. La vedo in tutti gli ambienti, anche in quello femminile, non come atteggiamento derivante da un modello di maschio particolare e onniscente, ma proprio come ambizione umana. Secondo me.
    Ti prego, dimmi qualcosa in più sul ragazzo che scrisse del regista inventato, è una storia fantastica!
    Mi ha ricordato quel video in cui una cronista si appostava fuori dai luoghi della settimana della moda milanese, chiedendo a quelli che uscivano dalle sfilate se avessero apprezzato tal dei tali, inventato, e loro tutti a dire sì o no 😁
    Anch’io ho la sindrome dell’impostore, credo sempre che i meriti che mi attribuiscono siano frutto di un errore o di un malinteso. Ma va bene così, perché alla fine alla qualità ci si arriva anche grazie a ciò 😉

    1. Concordo. Oltre a quanto sostenuto da Giovanni, qui secondo me la bilancia è tra umiltà e arroganza. Umiltà di chi sa di non sapere, arroganza (e quindi ignoranza) di chi è convinto di sapere tutto. E concordo sul fatto che questo “fenomeno” interessi tutti i generi e tutti i livelli.

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