In ricordo del prof. Paty

Era ateo o umanista Samuel Paty? Non lo sappiamo. Ma questo è in fondo irrilevante: in classe con i suoi studenti il prof. Paty difendeva infatti la libertà di espressione, e questo non è un valore esclusivo di atei e umanisti – guai a pensare che sia così.

Era musulmano il suo assassino, Abdoullakh Anzorov? Sì, questo lo sappiamo per certo, perché nel suo macabro tweet con la testa mozzata di Paty si è firmato lui stesso come “servitore di Allah”.

In nome di Allah il misericordioso

Stando sempre allo stesso tweet, è in nome di “Allah il misericordioso” che Abdoullakh ha decapitato il prof. Paty, emulando le gesta di altri fanatici “tagliagole” dell’ISIS, maestri di comunicazione sui social media.

“Si è auto-radicalizzato”, dice la polizia francese, e molto probabilmente è stato così. Ma sarebbe troppo facile liquidare la faccenda in questo modo. Perché – attenzione – un ragazzo di 18 anni come Abdoullakh non si radicalizza se non all’interno di un contesto sociale e religioso che elogia il radicalismo e l’integralismo.

Del resto, gli integralisti musulmani hanno vita facile. Non devono far altro che rivolgersi al Corano, testo sacro che comanda nero su bianco la vendetta nei confronti degli “infedeli” (5:32) e il martirio in nome di Allah contro “gli alleati di Satana” (4:74-76).

Non tutti i musulmani

Lasciamo stare dunque Abdoullakh. Sappiamo già che verrà considerato solo una “mela marcia”. Sappiamo già che tante persone, fuori e dentro l’Islam, giocheranno la carta del “not all Muslims” – “non tutti i musulmani”.

Ma il punto è che sono stati proprio “gli altri musulmani” a giocare un ruolo fondamentale in questa faccenda, a tal punto che si potrebbe dire senza esagerazioni che sono stati loro a armare Abdoullakh – ideologicamente, beninteso, non fisicamente.

Perché quando il prof. Paty ha portato in classe le vignette di Charlie Hebdo per spiegare l’importanza della libertà di espressione in uno stato laico, le reazioni di alcuni genitori musulmani sono state furiose.

Gli altri “buoni musulmani”

C’è stato in particolare un genitore, Ibrahim (padre di un’alunna di nome Zaina) che ha diffuso su Twitter e su Facebook il nome del prof. Paty e l’indirizzo della scuola invitando gli altri “buoni musulmani” a mobilitarsi per dire “basta”. E cosa hanno fatto gli altri “buoni musulmani”?

In migliaia hanno immediatamente ripostato il messaggio e hanno commentato con minacce di morte e insulti nei confronti di Paty – minacce e insulti che saranno probabilmente arrivate anche sulla bacheca di Abdoullakh.

Come se non bastasse, lo stesso Ibrahim si è presentato a scuola facendosi accompagnare da Abdelhakim Sefrioui, membro del Consiglio degli imam di Francia, noto per le sue posizioni radicali – adesso i due sono entrambi in custodia cautelare della polizia.

Di più: stando all’anti-terrorismo francese, la sorellastra di Ibrahim ha raggiunto lo Stato islamico in Siria nel 2014 ed è da allora ricercata.

L’anello rotto nella maglia

Capite qual è il punto? Il gesto di Abdoullakh è solo un anello che si è rotto in una maglia ideologica strettissima e capillare, diffusa ben al di sotto dei suoi sparuti epifenomeni violenti e integralisti. Senza quella maglia ideologica, i vari Abdoullakh del mondo non saprebbero dove collocarsi, e non avrebbero la stessa forza necessaria per auto-radicalizzarsi.

Per parafrasare un personaggio che non amo, Mao Tse-tung: i “buoni musulmani” in questione sono stati per Abdoullakh come l’acqua in un acquario per un pesciolino rosso. Senza quell’acqua, quel pesciolino rosso non avrebbe avuto lo spazio fisico per nuotare, respirare e agire.

Condannare i gesti che rinsaldano la maglia

La mia non è dunque – e non sarà mai – una condanna dei musulmani in quanto musulmani.

Se un cittadino musulmano condanna ogni violenza e difende la libertà di espressione di tutti, allora quel cittadino sta dalla parte giusta della lotta, quella per la democrazia e per la laicità. Lo stesso dicasi di un cattolico, di un ebreo o di un hindu.

La mia è piuttosto una condanna verso l’impunità di quei musulmani che commentano “a morte il professore” pensando che quelle parole siano irrilevanti, quando invece non fanno altro che rinsaldare la maglia, rabboccando l’acquario dove nuotano gli integralisti.

Ma è anche una condanna verso l’ingenuità di quegli atei e di quei cattolici che pensano che “in fondo il professore se l’è cercata”, andando a rinsaldare loro stessi la maglia.

La mia, infine, è anche una condanna verso chi difende a priori l’Islam con quello che è diventato ormai l’asso-piglia-tutto in ogni dibattito sul tema: l’accusa di islamofobia.

No. Criticare puntualmente l’Islam (citandone i testi, sviscerando le leggi della Sharia, le dichiarazioni dei suoi imam, etc.) non è islamofobia: è mero esercizio di razionalità, la stessa messa in pratica da Samuel Paty in classe con i suoi alunni.

In ricordo del prof. Paty

Samuel non è un eroe. Lui stesso non avrebbe mai voluto diventare un martire della laicità. Perché i martiri per essere tali devono morire, e chi difende la laicità è per definizione contro ogni martirio, nella convinzione che si possa garantire la convivenza tra individui diversi nella più piena e non-violenta libertà.

Samuel era un cittadino e un professore. Tra i banchi di scuola, durante l’ora di educazione civica, non faceva altro che spiegare ai suoi alunni l’importanza della libertà di espressione in uno stato laico e democratico. Il suo non era e non voleva essere un gesto eroico, a meno che il rispetto del proprio dovere di professore e di cittadino non sia diventato ormai una questione di eroismo.

Non abbiamo bisogno di eroi. Abbiamo bisogno di altri prof. Paty, caparbi e silenziosi tra i banchi delle nostre scuole.

Merci, Samuel. Ils ne passeront pas.

Se ti è piaciuto questo articolo dai un’occhiata anche a “Siamo tutti i blasfemi di qualcun altro“. Per saperne di più sui miei libri: “Contro il nichilismo. La scommessa atea e umanista di Sisifo” (Diogene Multimedia, 2020); “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole” (Nessun Dogma, 2018).

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