Lettera a un settantenne sull’uguaglianza

Ti ho sentito dire “prima gli italiani”. Che i giovani oggi “non hanno voglia di lavorare” e che ai tuoi tempi le donne “sapevano stare al loro posto”. Dubito che tu abbia ragione, ma anche ammettendo che sia così, c’è un dato oggettivo che parla contro le tue parole, e cioè il fatto che né tu né io abbiamo avuto alcun potere né merito sulla nostra nascita. Nessuno. Zero.

Nascere non è un merito

Pensaci. Non hai deciso in alcun modo di nascere in Italia, in Libia o chissà dove: nella grande lotteria delle nascite hai solo avuto la fortuna che il tuo nome fosse estratto qui, e non altrove.

A dirla tutta, non hai deciso nemmeno di nascere nel momento storico in cui sei nato, piuttosto che in un altro. Perché sei nato in pieno boom economico, è vero, ma saresti potuto benissimo nascere in piena crisi economica, o in piena pandemia, giusto per fare un esempio attuale che ci riguarda così da vicino.

Similmente, non hai deciso di nascere con o senza handicap, con la pelle di un determinato colore o con gli occhi più o meno a mandorla. Anche qui è stata tutta una questione di fortuna: se ti è “andata bene”, non è affatto merito tuo.

Non hai deciso, poi, di essere attratto da persone del tuo stesso sesso, o da persone di sesso opposto, o da entrambe, o da tutte le persone indiscriminatamente. Quando si dice che “l’amore è cieco”, ricordati che si intende anche questo tipo di cecità.

Non hai deciso neanche di nascere uomo o donna, ed è una mera questione di fortuna se ti sei identificato tutta la vita con il sesso che ti è stato assegnato alla nascita – o, ancora, se non sei nato in una condizione di intersessualità.

La grande roulette della gettatezza

La lista sarebbe ancora lunga. Perché non hai deciso nemmeno di nascere in una famiglia ricca o povera, colta o analfabeta, tradizionalista o liberale, italiana da dieci generazioni o da appena una, nel profondo Veneto, nell’entroterra siciliano o in questo o quel quartiere più o meno malfamato di Roma capitale.

Ma se è vero che non hai avuto alcun merito sulla tua nascita, allora è altrettanto vero che tu saresti potuto essere una qualsiasi altra persona. O, per dirla con il linguaggio altisonante dell’antropologia filosofica: nella grande roulette della gettatezza tu sei l’Altro, l’Altro è te.

Unus pro omnibus, omnes pro uno

Sì, tu saresti potuto essere una qualsiasi altra persona, comprese quelle che additi ogni giorno con il tuo populistico risentimento: donne, immigrati, omosessuali, giovani scansafatiche e così via.

Se riesci a renderti conto di quanto grande sia questo azzardo, allora faresti bene a unirti a noi. Noi che a modo nostro proviamo a costruire una società in cui l’estrazione aleatoria dei biglietti vincenti venga il più possibile compensata da una giustizia egualitaria e redistributiva, in cui i cittadini più fortunati aiutino quelli meno fortunati, e in cui davvero valga il motto dei Tre Moschettieri: uno per tutti, tutti per uno.

Dio e la Legge

Ora, io so quanto sia importante per te Dio, visto lo citi spesso nei tuoi discorsi. Ma, se ci pensi un attimo, la vera uguaglianza tra esseri umani non è davanti a Dio, perché per il solo fatto di esistere ogni Dio discrimina per forza di cose tra i suoi fedeli e chi invece ha avuto fede in un altro Dio, o in nessun Dio.

Io, ad esempio, so per certo che, se Dio davvero esistesse, andrei dritto all’inferno, perché ho negato tutti gli dèi indiscriminatamente. Però anche tu hai poco da stare allegro: se hai scommesso sul Dio sbagliato, andrai all’inferno anche tu.

La vera uguaglianza, poi, non è nemmeno quella di fronte alla Legge, perché la Legge è cosa umana, troppo umana – merce di scambio nelle mani di chi ha la fortuna di avere più potere e risorse degli altri.

L’uguaglianza di fronte al Caso

Ti sembrerà paradossale, ma l’unica vera uguaglianza è quella di fronte al Caso. Perché il Caso è assolutamente imparziale, cieco, indifferente a tutto e tutti.

In tal senso, la nostra umanità si definisce proprio in opposizione alla cecità del Caso e alle sue ingiustizie. Essere umani significa voler ridurre il più possibile le ingiustizie di nascita, non esacerbarle. Significa battersi per una società in cui sia indifferente nascere in questo o in quell’altro corpo, in questo o in quell’altro luogo, in questa o quell’altra famiglia. Perché, appunto, ognuno di noi sarebbe potuto essere qualsiasi altro membro della società.

L’uguaglianza degli individui si fonda nell’inaggirabilità del nichilismo – nel riconoscimento del nulla delle nostre esistenze transeunti, precarie e contingenti. Da questo punto di vista, avremmo tutti da imparare dal buddismo. Perché è vero che siamo ciò che siamo e che non possiamo evadere i limiti della nostra individualità. Ma è altrettanto vero che saremmo benissimo potuti essere altro da ciò che siamo: è questo il fondamento ultimo di ogni morale realmente egualitaria e progressista.

Non indispensabile?

Scusa la digressione filosofica, ma ci tenevo a dirti tutto ciò per un motivo ben preciso: qualche giorno fa, in televisione, ho sentito qualcuno definirti “non indispensabile allo sforzo produttivo del paese”. La cosa mi ha lasciato perplesso e arrabbiato.

Io al posto tuo non l’avrei presa bene. Perché, al posto tuo, avrei avvertito quelle parole come un’ingiustizia, visto che non hai deciso tu di nascere settanta anni fa e di avere settant’anni oggi, nel bel mezzo di una pandemia.

Ma, appunto, io ho fatto lo sforzo di mettermi al posto tuo: tu farai lo stesso per immaginarti al posto degli altri?


Per saperne di più sui miei libri: “Contro il nichilismo. La scommessa atea e umanista di Sisifo” (Diogene Multimedia, 2020); “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole” (Nessun Dogma, 2018).

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