La tregua dei sessi, o del paradosso femminista

La guerra più lunga al mondo – ancora oggi in corso – è quella tra i sessi. Femmine contro maschi, con strategie evolutive diverse, ma accomunati al fondo dall’unico obiettivo di ogni specie vivente: riprodursi e tramandare i propri geni. Il tutto nella speranza che la propria prole si riproduca a sua volta e tramandi il più a lungo possibile quegli stessi geni.

Geni egoisti, insomma, la cui aspirazione ultima – l’immortalità – ha però quasi del poetico. Dawkins docet.

La guerra tra sessi, tra caso e necessità

Questa guerra tra sessi va avanti da miliardi di anni ed è iscritta nei geni di tutte le specie viventi che si riproducono per via sessuale. È una guerra destinata a non interrompersi mai, almeno per la stragrande maggioranza di quelle specie, i cui comportamenti sono determinati esclusivamente dal proprio destino genetico, il quale a sua volta è stato scolpito dalla miliardaria doppia azione del caso e della necessità.

Proviamo a capire di che stiamo parlando facendo qualche esempio concreto dal mondo animale.

Leoni infanticidi e topi che abortiscono

Un leone, quando prende il comando di un nuovo branco, uccide tutti i cuccioli che trova. Lo fa inconsciamente per due motivi: sia perché quei cuccioli non sono i suoi e non hanno i suoi geni – e da un punto di vista evoluzionistico sarebbe dunque inutile allevarli; sia perché, dopo aver perso i propri cuccioli, le leonesse tornano sessualmente attive e sono pronte a accoppiarsi con il nuovo leone alpha. Ma il leone questo probabilmente non lo sa. Lo fa solo perché l’evoluzione ha plasmato il suo corredo genetico in questa maniera, premiando quella porzione di geni che gli impone questo “infanticidio“, se così possiamo definirlo.

Facciamo un altro esempio, altrettanto assurdo, altrettanto interessante. In alcune specie di roditori esiste il cosiddetto Bruce effect: una femmina gravida abortisce spontaneamente quando entra in contatto con l’odore di un topo diverso da quello che l’ha ingravidata. Anche qui, secondo gli etologi e i biologi evoluzionistici, i motivi sarebbero due: abortire servirebbe sia a non investire ulteriori risorse nella gestazione e nell’allevamento di cuccioli appartenenti a un padre che si è allontanato; sia a mettersi subito a disposizione per una nuova copula, accoppiandosi con il nuovo topo, che invece è sicuramente nelle vicinanze.

La natura è forse crudele e sessista?

Di esempi del genere potremmo farne a centinaia, uno più assurdo dell’altro: dalla femmina di mantide religiosa (che decapita il suo partner maschio durante l’accoppiamento per poi mangiarlo) agli ermellini maschi che violentano in serie delle femmine appena nate (sapendo che i loro spermatozoi si conserveranno nel tempo e ingravideranno quelle neonate quando diventeranno fertili qualche mese dopo), passando per l’utero “labirintico” delle anatre, modellato dall’evoluzione come meccanismo anti-stupro.

In natura esiste di tutto insomma: non solo “infanticidio”, “aborto”, “violenza sessuale” e “pedofilia”, ma anche “omosessualità”, “poliandria”, “poliginia”, “inganno”, “cannibalismo”, “stupri di gruppo”, etc.

Le virgolette sono qui d’obbligo. Perché attribuire comportamenti umani a specie non-umane è una distorsione antropomorfica e antropocentrica.

Come già accennato più sopra, infatti, il leone non sceglie di uccidere i cuccioli che trova, così come la femmina di topo non sceglie di abortire quando sente l’odore di un altro maschio e così come la mantide religiosa non sceglie di decapitare il proprio partner durante l’accoppiamento. Addirittura, in quest’ultimo caso, sembra che senza la decapitazione il maschio non raggiungerebbe l’eiaculazione, vanificando lo sforzo riproduttivo di entrambi gli individui.

Quelli animali sono tutti comportamenti che presumiamo essere istintivi e necessari, non-liberi, dettati esclusivamente dal codice genetico, con gradi di libertà inesistenti o insignificanti.

L’essere umano e l’idea di libertà

Che cosa c’entra questa lunga premessa etologica con il femminismo? C’entra, perché Homo Sapiens è (o crede di essere) l’unica specie vivente al mondo in grado di sottrarsi al dominio esclusivo della genetica, del caso e della necessità, aprendosi a un nuovo dominio: quello della libertà e della selezione culturale.

Perché, che sia effettivamente libero o che si illuda soltanto di esserlo, l’essere umano agisce in ogni caso come se fosse libero e non può non pensarsi libero. Siamo, cioè, “condannati a essere liberi”, facendo eco a Sartre. O, parafrasando Christopher Hitchens, “non abbiamo altra scelta che essere liberi”.

Possiamo dichiarare una tregua dei sessi

Nei millenni, l’essere umano ha costruito migliaia di sistemi sociali, politici e giuridici diversi. Tutti fondati però sulla tacita premessa che gli esseri umani possano agire liberamente e che il destino degli individui non sia determinato esclusivamente dalla genetica e dall’istinto. Questa “illusione necessaria” costituisce la grandezza e la miseria di Homo Sapiens.

Da una parte, infatti, potremmo essere vittime della più duratura illusione della storia universale, alla quale però non possiamo sottrarci: il libero arbitrio. Dall’altra, però, potremmo aver inventato senza accorgercene uno degli strumenti più potenti per modellare le nostre società e per aumentare le nostre possibilità di sopravvivenza nell’universo: la cultura.

Ecco, la tesi principale di questo articolo è la seguente: laddove in natura è in corso una guerra tra i sessi, Homo Sapiens può dichiarare una tregua tra i sessi.

Il paradosso femminista

In quest’ottica, il femminismo è paradossale nella misura in cui riconosce la differenza biologica tra sessi e tuttavia propone che i sessi si accordino per costruire una società in cui questa differenza biologica non costituisca un fattore di discriminazione negativa.

In tal senso, dichiarare una tregua tra i sessi non significa altro che cercare di garantire il maggior benessere possibile a individui appartenenti a generi diversi, in un’ottica che sia di giustizia ed equità, ma anche di efficacia e di razionalizzazione delle risorse.

Giustizia ed efficacia, le due cose vanno in parallelo. Perché il patriarcato non è solo ingiusto: è anche inefficace. I rituali di corteggiamento, che impongono a uomini e donne dei copioni fissi e immutabili, sono vestigie del nostro passato più animale e il retaggio di epoche ormai superate. Così come superate sono le epoche in cui forse aveva ancora senso imporre la castità sessuale, la segregazione sessuale in famiglia e in società, le pratiche menofobiche, la punizione dell’adulterio femminile, etc.

Il patriarcato e le sue colonne

Il patriarcato, in tal senso, è solo una struttura sociale anacronistica e inefficiente che possiamo e dobbiamo lasciarci alle spalle. La sfida del femminismo come movimento politico globale si gioca tutta qui: nel far capire a tutti, uomini e donne, non solo che è possibile superare il patriarcato, ma anche che è necessario farlo, perché conviene a tutti farlo.

Attenzione però, perché il patriarcato si sorregge su tante colonne, altrettanto anacronistiche e inefficienti, ma che ancora in pochi mettono in discussione, anche tra le frange più progressiste e anticonformiste:

  • la natalità come imperativo;
  • l’esistenza delle razze come un fatto;
  • l’eterosessualità come norma;
  • la castità sessuale come virtù e la promiscuità sessuale come stigma;
  • la religione come taboo sacro e intoccabile;
  • la superstizione e l’irrazionalità come fonti di conoscenza;
  • il binarismo di genere come destino;
  • la monogamia come default relazionale;
  • il dogma del progresso economico infinito in un sistema di risorse finito;
  • l’essere umano come il centro dell’universo, e cosi via.

Oltre i nostri destini biologici

Liberi o meno, possiamo accordarci affinché le vite degli individui di Homo Sapiens siano determinate il meno possibile dalla cecità dei nostri destini biologici. Questo si applica alla differenza sessuale così come a tutte le altre differenze che dividono come faglie la specie Homo Sapiens: sperequazione economica, handicap fisici e intellettuali, accesso all’istruzione, etc.

Domani però è la Giornata Internazionale delle Donne e ho voluto soffermarmi su questo aspetto particolare, per ribadire un’idea tanto semplice quanto fondamentale – e cioè che tutti, donne e uomini, possiamo metterci d’accordo per superare il patriarcato e migliorare le nostre vite costruendo un sistema alternativo, più equo e funzionale, in uno spirito di giustizia e efficacia.

Per il bene di tutti

Il femminismo, in tal senso, è un enorme tentativo di cooperazione tra individui profondamente diversi fra loro, al pari ad esempio della democrazia, del liberalismo o della laicità. E come ogni tentativo di rifondare l’umano, anche il femminismo è un tentativo fallibile e controverso. Al tempo stesso, però, è anche un tentativo oggi incredibilmente necessario.

Vale la pena provarci. Non solo per il bene delle donne, che nel patriarcato occupano una posizione oggettivamente peggiore, ma anche degli uomini, vittime anche loro degli anacronismi del patriarcato.

Facciamo il tentativo. Accordiamoci per una tregua femminista tra sessi. Perché – ripetiamolo ancora una volta – il femminismo è per il bene di tutti.


Se hai trovato interessante questo articolo leggi anche “5 modi per combattere (davvero) la cultura dello stupro” o “No, una donna ubriaca non è più ‘stuprabile’ di una sobria“. Per sapere di più sui miei due libri: “Contro il nichilismo. La scommessa atea e umanista di Sisifo“ e “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole”.

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Un commento

  1. intro interessante.
    svogimento patetico, pieno di solite ipocrisie / banalità femministe.

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