Il dilemma del giardiniere vegano

Le persone vegane o animaliste vengono spesso attaccate con argomenti ipotetici e altamente improbabili, del tipo: se ti trovassi su un’isola deserta e l’unica fonte di cibo fosse del pesce, lo mangeresti? Questi argomenti lasciano il tempo che trovano, perché fanno riferimento a situazioni straordinarie nelle quali non si troverà mai nessuno per davvero, e nelle quali la morale quotidiana non si applica più.

Recentemente mi sono trovato invece di fronte ad un dilemma che più ordinario e quotidiano non si può: che fare con le lumache che ogni notte distruggono il mio orto? A quanto pare non sono il primo (ne sarò l’ultimo) a imbattermi nello stesso dilemma…

Vengo in pace

All’inizio ho provato con metodi non-violenti e non-letali: repellenti naturali, pacciame attorno alle piante, cerchi di cenere, strisce di sale, nastro di rame. Niente: le lumache continuano a mangiarsi la rucola, la lattuga, le foglie di cavolo, il prezzemolo e tutte le altre piante che ho coltivato con cura per mesi – se avete altre idee giuro che le proverò.

Che fare allora? Lasciarle agire indisturbate e dire addio al mio orto, o intervenire con altri metodi, più efficaci ma letali? Alla fine ho installato delle rudimentali trappole alla birra e hanno funzionato: le lumache sono follemente attratte dalla birra, a tal punto che ci cadono dentro e affogano, a dozzine in una sola notte. Una carneficina, dirà qualcuno.

Il dilemma

Sono una cattiva persona per questo? Non credo. So che potrei andare al supermercato e comprare la lattuga lì, come sicuramente suggerirà qualcuno. Però in fondo sarebbe come lasciare agli agricoltori il compito di uccidere quelle lumache al posto mio.

Ma anche ammettendo che io sia una cattiva persona: cosa dire di quelle persone che, altrove nel mondo, non hanno la stessa scelta e dipendono realmente dai loro orti? In quel caso il dilemma è ancora più cogente e mette in risalto la grande questione di fondo – l’elefante nella stanza del quale non si parla abbastanza: lo stridere tra le esigenze della specie Homo Sapiens e le esigenze delle altre specie viventi, che in un modo o nell’altro interagiscono con noi.

In alcuni casi, il conflitto è risolvibile pacificamente: il più delle volte, ad esempio, basta installare delle zanzariere per tenere lontane le zanzare. Ma in altri casi la via della risoluzione pacifica non è percorribile, e bisogna fare delle scelte obbligate in cui è impossibile preservare al tempo stesso il nostro interesse e il welfare di altre specie animali.

Al di là delle lumache e dell’orto

Da tutto ciò non voglio ricavare conclusioni troppo nietzschiane e filosofeggianti. Però è innegabile che, se si guarda alla realtà senza pregiudizi romantici-antropomorfici e memori della lezione darwiniana, la natura stessa ci apparirà come un dominio ontologico al di là del bene e del male – un terreno pre-morale insomma, in cui ogni specie, dai batteri su fino a Homo Sapiens passando per le piante, non fa che perseguire il proprio obiettivo di preservazione e riproduzione, in maniere più o meno parassitarie e più o meno letali per altre specie.

Monaci giainisti Svetambara con mascherina e scopetto

L’essere umano, dopo millenni di civiltà e di evoluzione del pensiero, è arrivato a porsi la domanda se sia davvero giusto e/o necessario sfruttare e uccidere altri esseri senzienti per i propri interessi, ed è un bene essere arrivati fin qui.

Però al tempo stesso bisogna continuare a guardare alla questione con un approccio razionalista e realista, che sia al tempo sesso eco- ed ego-sostenibile, senza cadere vittime di irrealizzabili aspirazioni di santità – come quelle dei monaci giainisti Svetambara, ad esempio, che spazzano il pavimento dove camminano per non uccidere i vermi e portano una mascherina sulla bocca per non inghiottire moscerini mentre camminano.

C’è poco da fare, purtroppo. L’innocenza assoluta non esiste: possiamo solo sforzarci di avvicinarci a essa quanto più possibile, tenendo in considerazione anche il benessere di altri essere senzienti, senza però dimenticarci che prima di tutto veniamo noi, individui di Homo Sapiens, con le nostre inaggirabili esigenze quotidiane che a volte ci mettono di fronte a dilemmi crudeli, ai quali però non possiamo esimerci dal rispondere: o le lumache, o l’orto.


Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche “Il vero dilemma del nostro tempo: eco- o ego-sostenibilità?”Per saperne di più sui miei libri: “Contro il nichilismo. La scommessa atea e umanista di Sisifo” (Diogene Multimedia, 2020); “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole” (Nessun Dogma, 2018).

PS: Io – è bene ripeterlo a scanso di equivoci – non sono vegano: sono reducetarian e cerco quotidianamente di trovare alternative vegetali e sostenibili ai prodotti di origine animale. All’atto pratico, vuol dire che mangio quasi sempre vegano o al massimo vegetariano. Una o due volte al mese, se capita, mi concedo dei pasti onnivori. Del resto, nutro la massima stima per le persone vegane e auspico che sempre più persone al mondo adottino una dieta a base vegetale, visto che è scientificamente provato essere uno dei gesti più radicali per contrastare il cambiamento climatico.

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