Le quattro azioni più efficaci contro il cambiamento climatico

Il cambiamento climatico è un fatto ormai assodato: almeno il 97% della comunità scientifica riconosce che l’essere umano è la causa del riscaldamento globale e degli altri sconvolgimenti a esso collegati.

Resta dunque da capire – e in fretta – come contrastare questo fenomeno. Il progetto “Drawdown” è nato nel 2014 proprio con questo obiettivo: fornire una lista di 100 soluzioni efficaci per ridurre l’emissione di gas serra e invertire il riscaldamento globale.

Invertire è meglio che ridurre

Sì, l’obiettivo è “invertire” (e non solo “ridurre”) il riscaldamento globale. Perché se ti accorgi che la strada che stai percorrendo è quella sbagliata, non ha senso percorrerla più lentamente: bisogna cambiare strada.

Fuor di metafora: i ritmi di consumo attuali non sono sostenibili. Dobbiamo dunque cambiare il nostro sistema di vita a livello globale. È la scienza a dircelo: le nostre società dipendono troppo dai combustibili fossili, producono troppi rifiuti e sfruttano oltremisura le risorse naturali, causando fenomeni a feedback positivo (come lo scioglimento dei ghiacciai) che rischiano di sfuggirci di mano molto presto.

Il climate change è un fatto umano, ad altezza d’uomo

La scienza ci dice che è l’essere umano a causare il cambiamento climatico. Sempre la scienza ci dice come l’essere umano stesso può contrastare questo fenomeno: attraverso la correzione degli errori del passato, nuove tecnologie, un cambiamento graduale degli stili di vita e dei sistemi di produzione. In parole povere: l’ingegno umano ci ha portato in questo inferno; l’ingegno umano può salvarci da esso.

Avremmo dovuto iniziare almeno cinquant’anni fa, negli anni ’70. Il Club di Roma ci aveva messo in guardia allora: “una crescita infinita in un sistema finito come la Terra è impossibile”. Esistono dei limiti fisici che non possiamo ignorare. E invece abbiamo ignorato a lungo quell’allarme, perdendo tempo prezioso. Ma non è troppo tardi.

Le quattro azioni più efficaci, secondo il progetto “Drawdown”

Dicevamo del progetto “Drawdown“, un gruppo di scienziati, imprenditori, ricercatori, ONG, aziende e ambientalisti di tutto il mondo, uniti da un obiettivo ambizioso: stilare una lista di 100 soluzioni per invertire il cambiamento climatico.

La metodologia del progetto “Drawdown”, così come la lista delle 100 soluzioni, sono gratuitamente disponibili (in inglese) sul sito drawdown.org. C’è anche un libro (sempre in inglese) dal sottotitolo alquanto esplicito: “Drawdown. Il più comprensivo dei piani per invertire il riscaldamento globale.” Nel 2020 è stata pubblicato anche un aggiornamento del piano, che rivaluta le prime stime a tre anni di distanza dalla loro pubblicazione nel 2017.

Ho deciso di riportare qui, in italiano, le quattro soluzioni più efficaci secondo questo piano, specificando il loro rispettivo impatto in termini di riduzione di anidride carbonica stimata entro il 2050, secondo uno scenario “plausibile” che prevede un innalzamento della temperatura globale di 2° entro il 2100.

#1 – Riduzione dello spreco di cibo

Riduzione di CO2 stimata: 87 gigatonnellate

Si stima che, in tutto il mondo, un terzo del cibo prodotto/preparato non venga consumato. Questa assurdità è ancora più strabiliante se si considera che, da un parte, 800 milioni di persone al mondo soffrono la fame e che, dall’altra, l’obesità è in aumento a livello globale. Al netto di questa ingiustizia sociale, i nostri rifiuti alimentari contribuiscono alle emissioni globali di gas serra per circa l’8%. Lo fanno sia a monte, perché la produzione di cibo ha un costo in sé in termini di acqua, terra, conservazione, trasporti, lavoro, capitali, e così via; sia a valle, perché i rifiuti organici scartati nelle discariche generano metano, un altro dei gas serra da tenere sotto controllo.

Lo spreco di cibo avviene in due modi diversi: nei paesi a basso reddito, lo spreco avviene all’inizio della catena di produzione, a causa delle scarse infrastrutture di trasporto e conservazione; nei paesi ad alto reddito, lo spreco avviene al momento della vendita e del consumo, con lo scarto di cibo “non conforme” o il semplice spreco del cibo “in eccesso”. Combattere queste due forme di spreco alimentare può contribuire a ridurre le emissioni di gas serra, rispondendo anche alla maggiore domanda di cibo legata alla crescita della popolazione globale.

#2 – Educazione femminile e genitorialità pianificata

Riduzione di CO2 stimata: 85 gigatonnellate

La popolazione globale è cresciuta rapidamente da un miliardo di persone nell’1800 a 7,3 miliardi nel 2011 – un incremento mai visto prima. Secondo le Nazioni Unite, la popolazione globale crescerà fino a 9,7 miliardi entro il 2050 e 11,2 miliardi entro il 2011. Rallentare questa crescita è fondamentale, proprio per non valicare i limiti fisici planetari citati più sopra – questo, però, sempre tenendo in considerazione che non tutti inquiniamo allo stesso modo: un cittadino americano produce 15 tonnellate l’anno di CO2, un cittadino indiano solo 1,91 tonnellate, un cittadino italiano 5,9 tonnellate. Detto ciò, l’assunto generale del progetto “Drawdown” è “fewer emitters means fewer emission“, traducibile come “meno persone che concorrono alle emissioni significa meno emissioni”.

Ora, le donne con un alto grado di istruzione hanno generalmente meno figli e figli più sani. Al tempo stesso, hanno salari più alti, contribuiscono maggiormente all’economia e alla mobilità sociale. Secondo il progetto “Drawdown”, se tutti gli stati del mondo seguissero l’esempio della Corea del Sud e educassero il 100% delle donne, entro il 2050 la crescita della popolazione globale si ridurrebbe di 843 milioni di persone. Un numero enorme, considerato che ogni anno le gravidanze non volute sono stimate in 74 milioni in tutto il mondo.

#3 – Adottare una dieta ricca di vegetali

Riduzione di CO2 stimata: 65 gigatonnellate

Le diete occidentali sono fortemente centrate sul consumo di carne, pesce e altri prodotti di derivazione animale. Questo ha un impatto non trascurabile a livello ambientale. Secondo le stime più prudenti della FAO, infatti, l’allevamento del bestiame è responsabile di almeno il 14,5% di tutte le emissioni di gas serra globali – i bovini in particolare risultano essere tra i maggiori emettitori di gas serra (il 65% di tutte le emissioni del bestiame), a causa della produzione di metano legata al loro particolare apparato digerente.

Ora, secondo uno studio del 2016 dell’Università di Oxford, l’adozione di una dieta vegetariana su scala planetaria potrebbe ridurre le emissioni di gas serra del 63% – o addirittura del 70% per una dieta vegana. Ridurre gradualmente il proprio consumo di prodotti di origine animale, ognuno secondo le proprie capacità ed esigenze, può quindi essere uno dei gesti più importanti che un individuo possa fare per contrastare il cambiamento climatico. E a dirlo non è solo il progetto “Drawdown”, ma anche le stesse Nazioni Unite.

#4 – Modifiche ai sistemi di refrigerazione

Riduzione di CO2 stimata: 57 gigatonnellate

Negli anni ’80 l’umanità si accorse dei danni causati dai refrigeranti chimici all’ozonosfera. Il Protocollo di Montreal del 1987 bannò l’uso dei gas clorofluorocarburi (CFC) e l’umanità è riuscita così a invertire il processo. Nello scorso decennio però ci siamo accorti che anche le alternative ai CFC (e cioè gli HCFC) sono dannosi, non per gli effetti sul buco dell’ozono, bensì per il loro importante contributo all’effetto serra.

Un nuovo accordo – quello di Kigali, firmato nel 2016 da 170 paesi – prevede la graduale sostituzione degli HCFC con altri refrigeranti naturali, imponendo degli specifici protocolli di smaltimento degli impianti che usano gli HCFC, visto che il 90% delle loro emissioni avvengono al momento dello smaltimento.


Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche “Il vero dilemma del nostro tempo: eco- o ego-sostenibilità?”Per saperne di più sui miei libri: “Contro il nichilismo. La scommessa atea e umanista di Sisifo” (Diogene Multimedia, 2020); “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole” (Nessun Dogma, 2018).

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