“Se questo è un ateo”: Primo Levi e una memoria da rispettare

Oggi ricorrono i cent’anni dalla nascita di Primo Levi, nato il 31 luglio del 1919 e morto (probabilmente suicida) l’11 aprile 1987, ovvero 42 anni dopo essere sopravvissuto al campo di concentramento di Auschwitz, nel quale entrò da non credente ed uscì da non credente, per sua esplicita ammissione.

Era ateo, Levi?

Tra le tante commemorazioni del centenario mi ha colpito negativamente quella di Avvenire, a firma di Ferdinando Camon, scrittore e giornalista cattolico di lungo corso che ebbe l’onore di intervistare Levi e di diventare successivamente suo amico.

Camon, dopo aver ribadito il suo scetticismo riguardo l’ipotesi del suicidio di Levi, conclude il suo articolo con queste parole:

Chiudere la biografia [di Levi] con «era ateo» significa non rispettarlo. Rispettiamolo. È il nostro più grande autore del secolo.

La domanda sorge spontanea: perché dire che Primo Levi “era ateo” sarebbe una mancanza di rispetto nei suoi confronti? In che cosa consisterebbe l’insulto alla sua memoria?

Conversioni postume

Ateo, alla lettera, non significa altro che “senza Dio” ed indica semplicemente una persona che non crede in Dio. Primo Levi era, per sua esplicita e reiterata ammissione, una persona che non credeva in Dio, un “non credente”.

Stando così le cose, la mancanza di rispetto nei confronti di Levi è al massimo di Camon stesso, e di tutti quelli che come Camon si rifiutano di usare il termine “ateo” solo per quello che è, e non per quello che vorrebbero che fosse – e cioè un’onta, una vergogna, la prova dell’immoralità di una persona.

Del resto, provare a convertire post-mortem degli atei dichiarati (si pensi ad esempio a Leopardi, Gramsci, Carducci, Voltaire, Camus) è stata e resta la tentazione di molti cattolici, i quali proprio non riescono ad accettare l’idea che si possa vivere e morire coerentemente da atei, in piedi e senza rimorsi – a proposito di Albert Camus, ho parlato del tentativo di convertirlo dopo la sua morte in due articoli, uno su Left e l’altro su A Ragion Veduta.

“Io, il non credente, ed ancor meno credente dopo la stagione di Auschwitz”

Ma torniamo a Levi. Nel suo capolavoro I sommersi e i salvati, Levi affermò di essere non credente, senza alcuna vergogna e con grande pacatezza. Un esempio di ciò lo vedete nel passaggio che dà il titolo a questo paragrafo.

Un altro invece consiste in un importantissimo passaggio che vale la pena riportare per intero qui:

“Sono entrato in Lager come non credente, e come non credente sono stato liberato ed ho vissuto fino ad oggi; anzi, l’esperienza del Lager, la sua iniquità spaventosa, mi ha confermato nella mia laicità. Mi ha impedito, e tuttora mi impedisce, di concepire una qualsiasi forma di provvidenza o di giustizia trascendente: perché i moribondi in vagone bestiame? perché i bambini in gas? Devo ammettere tuttavia di aver provato (e di nuovo una volta sola) la tentazione di cedere, di cercare rifugio nella preghiera. Questo è avvenuto nell’ottobre del 1944, nell’unico momento in cui mi è accaduto di percepire lucidamente l’imminenza della morte: quando, nudo e compresso fra i compagni nudi, con la mia scheda personale in mano, aspettavo di sfilare davanti alla «commissione» che con un’occhiata avrebbe deciso se avrei dovuto andare subito alla camera a gas, o se invece ero abbastanza forte per lavorare ancora. Per un istante ho provato il bisogno di chiedere aiuto ed asilo; poi, nonostante l’angoscia, ha prevalso l’equanimità: non si cambiano le regole del gioco alla fine della partita, né quando stai perdendo. Una preghiera in quella condizione sarebbe stata non solo assurda (quali diritti potevo rivendicare? e da chi?) ma blasfema, oscena, carica della massima empietà di cui un non credente sia capace. Cancellai quella tentazione: sapevo che altrimenti, se fossi sopravvissuto, me ne sarei dovuto vergognare.

Dio ad Auschwitz

Levi era stato deportato ad Auschwitz nel febbraio del 1944 in quanto ebreo. Come lui Elie Wiesel, altro sopravvissuto ai lager che raccontò l’orrore dell’olocausto nel capolavoro La Notte.

Wiesel perse la fede nel campo, e descrisse questa perdita in pagine strazianti e memorabili, come questo passaggio tratto proprio dalla Notte:

Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede. […] Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.

La teodicea post-olocausto

Il loro rifiuto dell’esistenza di Dio affonda le radici nel millenario problema della teodicea, branca della teologia che si interroga sulla “giustizia di Dio” – dal greco theos (Dio) e dike (giustizia).

Di fronte all’orrore dei campi di concentramento la teodicea restò muta, o balbettò qualcosa di oltraggioso, come oltraggiosa era la teoria strampalata dell’amico padovano di Levi, secondo la quale Dio avrebbe permesso a Levi stesso di sfuggire ai campi di concentramento per poterne raccontare l’orrore.

Camon stesso conosceva bene quella teoria proprio perché Levi la raccontò durante l’intervista citata in precedenza, quella che si conclude con le famose parole: “C’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio“.

Molti forse non hanno presente quel passaggio, e allora ho deciso di riportarlo qui, in conclusione di articolo, assieme alle tre pagine che ho dedicato a Levi nel mio libro, come una sorta di microscopico ma rispettoso tributo alla sua memoria.

Capitolo-Primo-Levi

Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche “Se ‘Dio ha protetto Bologna’ allora hanno ragione gli atei, ancora una volta“. Ho affrontato l’argomento della teodicea in maniera più approfondita analizzando le opere di Levi, Wiesel, Camus e Dostoevskij nell’ultimo capitolo del mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole.“

Licenza Creative Commons

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale

Un commento

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.