C’era una volta la domenica a messa: amarcord cattolico di un umanista

Quanti di voi ricordano ancora tutte le preghiere a memoria – una per una, parola per parola?

  • Padre Nostro che sei nei cieli…”
  • Ave O Maria, piena di grazia…”
  • Credo in un solo Dio, padre onnipotente…”
  • “Mio Dio mi pento e mi dolgo…”, e così via…

In noi

Sono tutte scolpite nella nostra mente, in noi, come nel marmo. Non potremmo dimenticarle neppure se volessimo. Sono lì, pronte a riattivarsi come mantra inconsci ogni volta che per qualche matrimonio o funerale ci ritroviamo in chiesa – scettici, muti ma composti, per rispetto degli sposi o della persona scomparsa.

Eppure molti di noi (compreso io che scrivo) non pregano da decenni: perché allora non vanno via quelle preghiere, adesso che abbiamo apertamente abbandonato l’universo religioso e la fede?

Perché non ricordiamo allo stesso modo le poesie imparate a memoria da bambini per Natale o per la festa della mamma? O quel monologo che avevamo imparato per una recita a scuola? O quella citazione filosofica per anni appesa in camera, sull’armadio di fronte al letto, ma che adesso non ricordiamo più?

Due possibili spiegazioni

Un neuroscienziato direbbe, a ragione, che il ricordo di quelle preghiere è così forte e duraturo principalmente per due motivi:

  • a causa della ripetitività e della costanza con le quali abbiamo riattivato negli anni quel ricordo e i rispettivi “pattern neuronali” – almeno 52 volte all’anno per i cattolici praticanti, domenica dopo domenica, per chissà quanti anni;
  • a causa dello stato emotivo collegato a quelle preghiere – molti di noi credevano infatti nel potere comunicativo e trasformativo della preghiera, e pregavano con più o meno trasporto mistico e spirituale, come se davvero entrassimo in contatto con Dio o con una dimensione sovrumana.

Eravamo così

Sono stati anni importanti per molti di noi, nel bene e nel male. O almeno lo sono stati per me. Come ho scritto in Come se Dio fosse antani (Nessun Dogma, 2018):

“Di quel periodo ricordo molte cose. Ricordo ancora la sensazione che provavo la domenica durante l’eucarestia. Mi sentivo come pervaso da una luce divina, e tutto mi sembrava molto bello, tranne quelle volte in cui l’ostia si attaccava al palato – piccoli drammi domenicali. Ricordo il terrore della prima confessione, io che la feci con il vescovo in persona, il quale mi disse che la masturbazione era un «atto impuro», un peccato, una colpa insomma. Avrò avuto 12 anni. Ricordo poi le interrogazioni plenarie della catechista più anziana, in uno scantinato buio e polveroso dove seguivamo il catechismo, ogni mercoledì pomeriggio se non sbaglio. In quelle occasioni dovevamo recitare a memoria tutte le preghiere, dal Padre Nostro all’Atto di dolore. Qualche impavido si avventurava addirittura fino al Salve o Regina, vero e proprio eroe della parrocchia.”

Ecco, noi eravamo così, piccoli e sperduti, e istintivamente ci fidavamo (e non potevamo non fidarci!) degli adulti che si prendevano cura di noi: i nostri genitori, i nostri nonni, i nostri catechisti e i nostri parroci.

Eravamo bambini, e seguivamo le loro orme. Non capivamo come fosse possibile mantenere in piedi quell’universo di contraddizioni, eppure in buona fede ce la mettevamo tutta, perché loro sembravano farcela, e non volevamo tradire la loro fiducia, né quella di quel Dio che a volte ci immaginavamo così vicino, barbuto e magnanimo, a fianco a noi.

Quattro possibili lezioni

Ecco, da questo amarcord cattolico di convinto umanista, sono quattro le cose che ho imparato.

Empatia

La prima è che, se davvero vogliamo convincere qualcuno dell’illusorietà della propria fede (e, detto per inciso, questo non è uno dei miei obiettivi principali), dicevo, se è questo il nostro obiettivo, allora dobbiamo parlare a quella persona ad altezza d’uomo, empaticamente, comprendendone lo spirito prima ancora che gli argomenti.

Parlarle come parleremmo a un amico del quale avvertiamo l’istintiva paura a rinunciare a un universo di senso per lui fondamentale, vitale e apparentemente irrinunciabile.

Fornire un’alternativa

Di qui la seconda lezione che ho imparato, e cioè che dire a un credente, con fare spocchioso e aggressivo, che quello in cui crede è stupido o idiota serve solo a consolidare la sua credenza.

Perché la religione, anche per il meno osservante dei credenti, è un diaframma attraverso cui guardare il mondo, la lente che dà senso alla realtà esterna e alla propria esistenza.

E l’ateismo, per lo stesso credente, non è in questo senso soltanto una posizione filosofica tra le altre, che potrebbe scegliere se soltanto volesse. Al contrario, l’ateismo è per lui una minaccia al sistema di senso e di valori nel quale è stato cresciuto sin dall’infanzia, e che costituisce la colonna portante del suo vivere, agire e pensare.

Detto ancora più radicalmente, per il credente gli argomenti degli atei sono un vero e proprio attacco alla sua stessa stabilità e felicità. Perché, nella sua prospettiva soggettiva, una subitanea perdita di fede significherebbe perdere il terreno stesso da sotto i piedi, e precipitare così nel vuoto, senza appigli.

Sempre in Come se Dio fosse Antani ho parlato di quanto sia arduo e spaventoso vivere “una vita senza Dio”:

Qualcuno potrebbe sostenere che ci sia qualcosa di eroico [nel vivere senza Dio], e in parte è così. Ma c’è anche qualcosa di drammatico, di tragico, di disperato, perché l’uomo non è ancora forte abbastanza per vivere senza Dio.

Credere che la vita abbia un senso in se stessa è infatti un’idea confortante, perché ci libera dal fardello di dovergliene attribuire uno da soli. Credere che Dio abbia stabilito un’armonia eterna e universale non può che aiutarci nei momenti in cui il mondo ci appare caotico e tutt’altro che armonioso – e chi non vorrebbe vivere in armonia col mondo? Pensare poi che Dio abbia stabilito una volta per tutte un Bene e un Male assoluti ci aiuta a orientarci in quella giungla morale chiamata «post-modernità», in cui tutto sembra giusto e sbagliato allo stesso tempo. La sofferenza, infine, assume tutto un altro significato quando si crede in Dio, perché essa sarà vendicata, ricompensata, giustificata in un aldilà dopo la morte – e anche perché, attraverso le preghiere, possiamo provare a chiedere al nostro Dio un intervento miracoloso per far cessare il dolore.

Vivere senza Dio richiede che si rinunci a tutte queste consolazioni. Per quanto illusorie esse siano, l’uomo resta pur sempre un essere naturalmente e culturalmente in cerca di conforto. Per questo l’ateismo e l’umanismo fanno così paura: perché richiedono che gli uomini vivano senza conforto.

Di qui la necessità di offrire sempre un’alternativa al credente nel momento stesso in cui, con i nostri argomenti, lo stiamo gradualmente privando di quell’universo di senso. Un’alternativa valida e coerente, completa, che soddisfi altrettanto pienamente l’universo dei suoi bisogni spirituali – nel mio caso, questa alternativa si chiama appunto “umanismo“.

[Sì, ho detto “spirituali“, che non vuol dire né mistici né religiosi, ma soltanto “extra-materiali” e “filosofici” nel senso più incarnato del termine – e se siete dei convinti materialisti, tant pis…]

Fornire un’alternativa è del resto assolutamente fondamentale per chi vive in un contesto settario-comunitario in cui l’abbandono della fede coincide immediatamente con l’isolamento e l’ostracismo dalla setta o dalla comunità di appartenenza.

Perché una cosa è chiedere a un ragazzo cattolico in Italia di abbandonare il Cattolicesimo – può farlo, specialmente al Nord, nonostante lo stigma famigliare e societario a cui andrà incontro; un’altra è invece chiedere lo stesso a un ragazzo ebreo, musulmano o testimone di Geova in una comunità-ghetto, in un culto, o addirittura in una teocrazia – ma questo è un altro discorso e per adesso lasciamolo da parte.

La responsabilità dei genitori

Terza lezione: i genitori non devono mai prendere a cuor leggero l’educazione dei figli, mai. Questo vale per tutti i genitori, credenti e non, ma in special modo per i genitori atei e umanisti.

Genitori atei e umanisti che, alle volte, trovandosi a vivere in un contesto sociale e politico ostile, cedono alla tentazione conformista di mandare lo stesso i propri figli al catechismo o in chiesa, perché “tanto un po’ di catechismo non ha mai fatto male a nessuno”.

Questo atteggiamento è errato non solo perché legittima usi e tradizioni che abbiamo riconosciuto dannosi e anacronistici, ma anche e soprattutto perché quei dettami e quegli automatismi appresi dai loro figli in chiesa o al catechismo (senso di colpa, castità, pudicizia, sessuofobia, omofobia, rispetto cieco dell’autorità e dei dogmi, pensiero irrazionale, etc.) resteranno impressi nella mente dei loro figli per lungo tempo, anche quando e se si saranno liberati a loro volta dai lacci mentali della religione.

Il cristianesimo inerziale

Di qui l’ultima delle quattro lezioni, e cioè quello che chiamo “cristianesimo inerziale“. L’idea, cioè, che atei e umanisti portino a lungo con sé dei retaggi cristiani più o meno profondi, più o meno evidenti, più o meno inconsci.

Intendo retaggi sessuali, morali, psicologici, alimentari. Idee, gusti, paure e abitudini radicate nel profondo di noi, perché impresse in noi nel pieno del nostro sviluppo infantile e adolescenziale, quando si scrive il copione della nostra vita che sarà. E c’è poco da fare: per quanto possiamo rigettarle e considerarle passate e superate, quelle idee resteranno lì, più o meno influenti e “incandescenti“.

Lo chiamo “cristianesimo inerziale” perché me lo immagino come l’abbrivio di una barca alla quale abbiamo spento il motore, ma che continua a procedere dritta per inerzia per un po’.

Archeologi di noi stessi

Da questo punto di vista, un esercizio molto importante è scavare in noi come archeologi, alla ricerca di questo cristianesimo inerziale che magari ancora limita la nostra sessualità, o che ancora alimenta una certa omofobia interiorizzata, e via dicendo.

Questo lavoro di scavo archeologico serve per capire, insomma, come le idee religiose del passato ancora influenzino la nostra personalità, in una stratificazione “psico-geologica” tutt’altro che semplice.

Spetta poi a noi decidere se e quanto conservare di quella parte di noi che a volte ci sembrava così lontana, ma che in realtà non si è mai mossa di un millimetro da noi, perché è sempre stata qui con noi.

Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche Sono ateo e umanista, ma ho ricondiviso quattro articoli di Avvenire in 12 mesi“. Per saperne di più sul mio libro: Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole“.

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